Sono in overdose di insegnamenti.
Ho letto troppo. Ho ascoltato troppo. Mi sono indottrinata troppo.
Di cose tra le quali ce ne sono alcune che con me non c’entrano niente.
L’unica tra queste imbeccate “evolutive” che ritengo utile e funzionale, è che la mia realtà me la creo io, se non altro nella misura in cui vedo in essa quello che voglio vedere e che sono in grado di percepire.
Siccome però non sono tenuta a fingere di essere quella che non sono e di trovarmi dove non mi trovo, in fatto di livelli, mi sto facendo un po’ di domande.
Senza esagerare. Domande semplici.
Trovo insensato andarmi a cercare delle sfide quando la vita (o io stessa nella mia dimensione divina. Così va bene?), per quanto mi riguarda, ne è già piena da sempre.
Che senso ha tutta questa pressione, a parte quello di farmi sentire sempre in dovere di fare o cambiare qualcosa e, in definitiva, di diventare diversa da quella che sono?
Ultimamente si fa tanto parlare di schiavitù.. E se andasse bene così? Adesso È così. Poi lo vedremo. E chi ha detto che sia proprio questa questa la mia schiavitù? Ci sono molte altre versioni, altre declinazioni, di tale presunta schiavitù che non sono così visibili e riconoscibili. Si fa presto a dire schiavo.
Che i signori Maestri si decidano: chi dice che va bene tutto così com’è, chi auspica uno sforzo per superarsi.
Dove sta l’equilibrio?
Il problema ce l’ha chi sente la necessita di farsi, appunto, delle domande.
Entrambe le direzioni hanno un senso. L’importante è non fare diventare l’impegno uno sforzo insostenibile.
Stamattina mi chiedo perché la mia vita va così come va. Che poi va bene. Solo che io lo dimentico perché in qualche modo assumo certi punti di vista che mi portano altrove.
Credo di meritare un po’ di tranquillità. Perché mi capitano certe cose, certe situazioni? Perché me le faccio capitare, diciamo, giusto per essere coerenti?
Se vado bene così come sono perché devo sentirmi sempre fuori posto?
È una domanda semplice questa, a cui vorrei tanto dare una risposta.
Sono sempre in quella sgradevole terra di mezzo nella quale sono arrivata ad odiare quello che faccio e sto quasi per odiare quello a cui mi pareva di tendere fino a poco tempo fa.
Dico “mi pareva” perché sono arrivata al punto di non essere più sicura del fatto che i miei pensieri siano veramente i miei.
Ho un senso di estraneità all’interno di me. Tipo Alien.
Dire che in certi momenti sono posseduta da una mia identità disfunzionale è banale ed è risaputo. Ed è cosa comune a tutti.
Qui invece sento proprio un corpo estraneo, un’intrusione.
Allora, tutto questo l’ho permesso io? Bene.
Allora, chiunque tu sia – come si usa dire – esci da questo corpo (-mente)!
Ti sradico con le mie stesse mani, ti polverizzo con la mia disperazione, ti esorcizzo raccogliendo e concentrando tutta l’intenzione di cui sono capace. Ti bandisco con il segno della mia buona fede e la mia ingenuità (a cui, inspiegabilmente, non crede mai nessuno) e ti rivolto contro la mia stessa debolezza, quella che ha permesso il tuo insediamento e la tua propagazione virale.
Ti ordino di andartene, nel nome Mio, Chiunque io sia.
E a me stessa affido una ricerca: scoprire cosa voglio io per me.
Categoria: atto interiore
Meri-Nut
Khepri aveva spinto Ra fuori dalla Duat e, miracolosamente, come ogni mattina
Nut nacque. Immensa, sconfinata, brulicante di vita. Nut che canta la Luce.
Nut la volta celeste, snella ed arcuata sopra le nostre vite.
Nut, nel mio Nome e nel mio destino. Meri-Nut, ‘amato da Nut’.
“Meri-Nut, sei in anticipo” disse il saggio Ka-Bak trovandomi seduto in mezzo agli alti steli di lino.
Ra splendeva appena sopra il mio orizzonte e il fiume dondolava ritmicamente le mie gambe.
“Ka-Bak parlami di Khepri. Perché un animale che rotola una palla di sterco diventa un Dio?”
“Khepri crea il sole come lo scarabeo crea la palla che nutrirà il suo seme. Quello che è stato scartato ed è – e pare! – morto, torna a rivivere in un altro modo, in un altro ciclo, potrei dire. Nulla muore veramente. Così il sole che sembra perire affondando, la sera, nella oscura Duat, rinasce il mattino con un nuovo giorno, con una nuova vita. Tutte è permanente. Tutto, soltanto, si trasforma”.
“Nella Duat ci sono i morti!”
“I morti non sono morti. Entrano nella Duat e rinascono a nuova vita. Come Ra. Guardati intorno Meri-Nut! Osserva la natura. Impara dalla natura e saprai di te. Osserva te stesso e saprai del cielo e della terra.”
Io non capivo proprio tutto ma mi fidavo.
Ka-Bak si era seduto vicino a me. Immerse i suoi piedi nell’acqua. Poi li ritirò, si alzò e si allontanò dicendomi: “Khepri è il Cuore che trasforma”.
Chiusi gli occhi, toccai il ciondolo che avevo sul petto e lo premetti forte sullo sterno. Il sole scaldava la mia pelle, stavo bene. Sperai fortemente che Khepri aprisse il mio cuore.
Speravo che il cuore si aprisse, il velo si sollevasse, le paure bruciassero. Che morisse qualcosa per far nascere un’altra cosa. Non so bene cosa. Che i miei anni si moltiplicassero in un istante per comprendere tutto quello che a dodici anni non sapevo e potevo capire.
Ka-Bak se ne andò lasciandomi intento in questa specie di ascolto che sembrava potesse trasformarsi, da un momento all’altro, nel tentativo di trovare un varco per un sapere che sentivo vicino ma al quale non riuscivo ad accedere.
L’acqua del fiume cantava con un debole gorgoglìo e i suoi riflessi attraversavano le mie palpebre trasformandosi in aloni di luce rossa e arancione, vivaci e cangianti.
Rimasi lì per molto tempo.
E quando riaprii gli occhi, ero un Uomo.
Tutti a terra.
Stamattina mentre scrivevo copiosamente le mie memorie è emersa un’idea rivoluzionaria. Non nuova, devo dire (nel senso che ci ho già pensato altre volte, quando mi sono trovata in simili circostanze).
Ma rivoluzionaria. In quanto la sua applicazione andrebbe contro tutto il complesso di principi che seguo da anni. Invertirebbe, per lo meno apparentemente, quel processo che potremmo definire “di spiritualizzazione” di questo mio onesto ma faticoso procedere.
Evolutivamente parlando potrebbe essere comunque funzionale, nel senso che ogni esperienza è, per definizione, un atto evolutivo.
Ma ad un’occhiata di superficie potrebbe apparire un insulto al volemosebene di questi anni infarciti di fughe in paradisi spiritualiformi spesso illusori. Questi anni sempre di più spesi in forme di socialità in cui emergono angeli in ogni dove, antiche anime in viaggio, abbracci di luce, tentati amori incondizionati e qualunque altra realtà ricoperta dalla rosea lente della moda di quella che non mi pento di definire come una ego-spiritualità. Non è sempre e per tutti così, ma dalla realtà delle cose e dei fatti non posso non pensare che su cento persone solo una o al massimo due fanno vera ricerca. Tutti gli altri (me compresa, scopro) cercano solo di sedare i propri bisogni in modo un po’ più raffinato rispetto al resto della ‘gente’.
Voglio dire, perché non tornare a mettere davvero le mani nella terra (la bistrattata materia, intendo. La cattivona in antitesi con il sacro spirito) e annullare la mediazione della psiche fregandosene del potere di adesso e di domani e accettare il fatto che accade quello che accade quando vuole accadere?
Credo sia da rivalutare anche la saggia reattività di un istinto che quantomeno non t’ammazza. Senza diventare delle bestie, non dico questo.
In tutto questo, e proprio ora, apprezzo le parole dell’unico maestro di vita che in questo momento tollero. Parole che un giorno mi apparivano incomprensibili, quasi blasfeme per me, la ragazza alla sacra ricerca del perché delle cose.
Parole che recitano così: “Io insegno che quando piove i marciapiedi si bagnano” (G. I. Gurdjieff)
(“E – aggiunge la mia collega – stai attenta a non scivolare”.)
Silenzio! Ci si sveglia….
Non voglio analizzarmi. Ma voglio sentire. Voglio sentire bene.
Una volta, quando mi sentivo a disagio, mi rifugiavo nel minimalismo familiare di quel senso di povertà semplice che mi riporta alla figura di mia madre e che mi rassicurava come una coperta calda.
Oggi questo impulso prova ad uscire per sedare certi acuti di insoddisfazione generica, ma non funziona come faceva allora. Faccio il salto, spingo, ma non vengo catapultata nella cuccia che mi è tanto cara e nella quale, a pensarci, oggi resterei comunque solo pochi attimi. Mi trovo in una specie di strato mediano, tra questo essere al mondo senza troppe pretese ed un caotico volere non ben definito. Un impeto corposo e costante che non mi abbandona quasi mai. E non ho posa.
Vedo la bellezza di tutto (non saprei più fare diversamente) ma questo non mi nutre. Non quando sono in questo stato.
In giorni come questo, in cui piuttosto di alzarmi dal letto caldo pagherei quello che non ho. Trovo ostile il freddo. Trovo ostile il mattino. A dire il vero il mattino mi è sempre stato ostile. Non so. È davvero sempre stato così? Non ho memoria che possa aiutarmi a comprendere a fondo questo. Anche perché non mi è facile attraversare la barriera di una convinzione che ormai ho marchiato a fuoco nel derma della mia coscienza: sono nata in ritardo perché qualcuno mi ha tirato fuori a forza. Forse non ne avevo voglia. Stavo meglio dove stavo.
Rinasco in questo modo ogni mattina. All’alba di ogni mia giornata tutto è difficile, tutto pare una sfida, e la mia coscienza è come una nebulosa immensa che si vede costretta a ridursi in una forma funzionale piccola e sempre incerta, data l’incapacità di un preciso orientamento.
– E se poi ci si mettono pure i pendolari di arquata a rompere il cazzo allora ditelo. Continuo dopo. –
(Viaggio di ritorno).
Credo che stare per metà nella superficialità in cui si scivola inesorabilmente nel quotidiano, e per metà in quella dimensione alta, che pure si vive nel quotidiano, ma che trasforma ogni momento comune in un fotogramma essenziale della nostra vita, non sia semplicissimo. Almeno non lo è sempre. Per me, dico e, credo, per chiunque si interroghi a proposito del proprio Essere e non sia un illuminato.
È un sentimento strano, un sentire complesso che include la meraviglia di Vivere insieme all’inquietudine esistenziale che suggerisce l’esistenza di un qualcosa che si trovi al di la delle comuni percezioni. L’idea di quel qualcosa di anteriore e sconosciuto che ipotizzato, desiderato, quasi sperato, lenisce le ferite di una realtà mondana non sempre compresa e che, allo stesso tempo, sgomenta chi, come me, difetta di fede. E non sto parlando di religione, ovviamente.
Il bisogno dell’ignoto. La quasi certezza dell’esistenza di qualcosa di ignoto. La paura dell’ignoto.
Il fragile equilibrio tra il lasciarsi andare e la paura di farlo.
E allora corro nei miei corridoi e apro tutte le porte nella speranza di trovare la chiave per decodificare e risolvere un dato stato d’animo e, più porte apro, più aumenta la confusione.
Come sul fondo di un lento e profondo fiume appena dragato, mi muovo per piccole distanze, senza una direzione. E senza esito soddisfacente.
La soluzione è una: attendere che la fanghiglia si depositi o venga portata via dalla corrente.
La soluzione è il silenzio.
Natale Con Chi Vuoi
Mi accorgo ora, ora mentre metto la sveglia per domani mattina,
che siamo al 5 di dicembre. E che tra una ventina di giorni è Natale.
Guardate non mi viene nemmeno voglia di studiare qualcosa per celebrare – magari scrivendone come ho sempre fatto – il Sol Invictus.
E dire che questo sarebbe l’anno giusto per celebrare, ratificare, evidenziare una rinascita.
Come diavolo faccio a trascendere la mia povera mente, l’agglomerato dei ricordi che ora, in mancanza di una materiale progressione nel tempo, tornano quelli di quando ero bambina.
Bambina proprio forse no, perché il censore sulla mia memoria ha la mano pesante.
Comunque ho il diritto di lamentare mancanze.
E ho il diritto di avere la necessità di una Home che vada oltre i miei gatti.
E contestualmente ho il diritto di rifiutare pseudo-famiglie pseudo-acquisite
sulle quali non mi dilungo troppo per necessaria riservatezza.
E allora cosa farò?
Farò un Natale Con Chi Vuoi.
Magari vado a trovare gli Amati qualche giorno prima, giusto per ritualizzare. Sempre che non ci sia un metro di neve sulle strade.
A proposito, devo ancora cambiare le gomme.
Buonanotte phelini.
Caccia al Tesoro
Cogliere la bellezza è l’unico dovere verso noi stessi, verso Dio
per chi ci crede, indipendentemente dal modo in cui ci crede.
Cogliere la bellezza in ogni cosa.
Coglierla nel cielo. Ma è facile…
Coglierla nella natura, si. Nei buoni sentimenti.
Coglierla in un sorriso, nella verità di certi sguardi.
Coglierla nel diavolo, che ti mostra l’ombra affinché la si diradi
nel trovarle un senso.
Coglierla nell’ingenuità altrui e di se stessi.
Percepirla nel dolore, nella rabbia, nel movimento che ci spinge avanti.
Cogliere la bellezza di un punto debole e nello sforzo di trasmutarlo.
Intravedere la bellezza nella nebbia così come coglierla senza sforzo
in un mattino in riva al mare.
Fissarlo, il mare, sentire risorgere la Vita, talvolta tramortita, e cogliere il senso
di doversi talvolta spostare. Del volersi sinceramente accettare.
Cogliere la bellezza nel pianto risanatore. Anche quando questo dura a lungo.
Coglierla in incredibili momenti di gioia incondizionata che la logica riterrebbe inopportuna.
Cogliere la bellezza di una morte, nello schianto di uno strappo non desiderato.
Lasciarla entrare accettando uno sguardo sconosciuto che intercetta la tempesta interiore. E far fluire la vergogna per poterla stemperare.
Cogliere la bellezza nello sforzo disumano di scoprire come la solitudine sia
la porta da attraversare affinché la stessa possa sparire.
Coglierla in certi giorni disordinati. Coglierla nella bistrattata normalità.
Cogliere la bellezza nella Possibilità, pressoché illimitata, nascosta dalle nostre carnali identità.
Coltivare il coraggio di addestrarci duramente prima di poterla esperire,
affinché tanta luce non ci incenerisca all’istante.
Questo potrebbe dare un senso a tutto.
Specialmente al termine di questi anni densi di sfide e di eclatanti cadute.
Cogliere la Bellezza.
This is my Goal.
Buona serata gattoni.
Si salvi chi può
Quando ero piccola – e non si sa bene quando – ho fatto un sogno.
Ho sognato di scendere le scale del palazzo in cui abitavo, dal piano terra verso le cantine che, nella realtà, erano invece sotto un altro piccolo stabile adiacente.
Le scale erano bianche come i muri. Un trionfo di bianchi accecanti e delle geometrie da capogiro: gli scalini si riversavano in avanti, come se cadessero, perdendo l’ordine della perfetta contiguità, e trasformandosi in una discesa ardita e temibile.
All’inizio delle scale, sul muro alla mia sinistra, c’era un cartello rettangolare bianco, con una scritta nera: “SI SALVI CHI PUÒ”.
Nonostante cio, io mi accingevo a scendere.
Del dopo, non si sa nulla.
Il mio ricordo finisce qui.
Non svegliare il can che dorme.
Specialmente se non è legato alla catena.
Buon giorno fantasmini.
I miei ragazzi dietro al Velo
Stamattina mi sono svegliata presto. In tempo, diciamo, per non correre, come al solito, a rotta di collo verso la stazione.
Dopo poche decine di metri di strada mi accorgo di aver dimenticato i telefoni in casa.
Allora torno indietro, li recupero, richiudo i cancelli e guardo l’ora, con una precisa attenzione sui minuti, fondamentali per avere successo nella tabella di marcia, nella speranza di non aver reso vano questo mio raro anticipo: le 06.43.
Ancora pervasa dallo stato di coscienza intermedio che mi traghetta dal sonno alla veglia, in cui le immagini si sovrappongono con un ritmo ed un disegno apparentemente casuale tipico dello stadio onirico, ho pensato “Quarantatré. La mamma…. Quarantatré. Ce la faccio, faccio anche colazione”. (Mia madre è del ’43).
Pochi metri dopo, vedo per terra una castagna d’india, tutta sola in mezzo alla strada, sul porfido ruvido, pulita, lucidissima. Sorrido e penso “Natalino….” e poi “Cosa ci fa questa qui? Come ci sarà arrivata?”. Pare caduta dalla tasca di papà. Ne aveva sempre in tasca una. Anche nel suo ultimo vestito. Ce l’ha messa mio fratello con un inaspettato gesto magico. Semplice e romantico.
Ho avuto per un attimo l’istinto di fotografarla, secondo le mie solite manie (ricordate la molletta a metà?). Poi ho pensato che sarebbe stato più sensato non perdere altro tempo..
È vero ciò in cui crediamo. Si sa.
Perciò: ciao ragazzi… Come state lì?
Lo so perché fate così.
Perché a volte non credo a un tubo.
Buona giornata gatti.
Voci dalla cantina
Già l’ho scritto di là.
Sono intrappolata in un inerzia vischiosa, pesante.
Sepolta (mezza) viva nei budelli oscuri della mente che ha smesso di funzionare proprio quando mi trovavo nel seminterrato. E lì sono rimasta.
È una giornata stupenda, oggi.
Non riesco a sovrapporle e adattare ad essa il mio stato oscuro.
Per questo mi sento dissociata.
Posso fare tutto e non riesco a fare niente.
Avevo qualche idea ma vorrei solo dormire.
Anche perché delle idee che avevo l’unica sensata era di quella di andare un po’ nella Gea a prendere il sole.
Giro per casa come un fantasma ma non ci faccio bella figura.
Soprattutto nei confronti degli spiriti veri.
Che poi, con tutto il rispetto, in questo momento di grande disillusione,
non so nemmeno se esistono davvero.
Ma veniva bene a scriverlo.
Rompo i coglioni ai gatti che mi sopportano ma che, appena cessata l’ondata di coccole forzate, si girano dall’altra parte senza colpo ferire ed io resto qui con il mio vuoto attaccato alla schiena. Come una vera carogna.
So che basterebbe solo iniziare. Iniziare a fare qualcosa.
Ma non ci riesco. È più forte questa insensatezza, che mi avvolge come un bozzolo molle ed appiccicoso.
Che poi sarebbe anche una sfaccettatura del processo riparatore: quando ne esco sono sempre parecchio trasformata.
Va be’. Vado a fare un reset parziale dalle due Anime.
Se ci sono. Se non ci sono avrò fatto comunque qualcosa di utile pulendo un po il marciapiede, no?
Postazione 16
Una nave nella tempesta.
Senza timone, ne terraferma all’orizzonte.
Una notte senza luna.
Senza un suono, una pendenza, una qualunque ombra.
Una stanza senza porte.
Una scala senza fine.
Una torre – sola – che crolla.
Settembre di quest’anno è la mia New York.