È ora di scrivere qualcosa, penso, e all’improvviso la pioggia
diviene decisa, copiosa, scrosciante.
Diviene un segno, un’affermazione, una conferma.
L’acqua viene al momento giusto, a lavarti metaforiche ali.
A ripulire quella tua traslucente controparte che mi piace credere aleggi
ancora nei paraggi.
Piove e il momento si sigilla.
La forma si chiude e diventa il frammento di un divenire
che mi aiuterà a ricordare tempi e condizioni.
Cose che non ricordo mai.
E non è detto che sia un difetto.
Viene l’acqua per aiutarti a traversare le Acque.
Viene l’acqua a zittire, con il suo primitivo suono, il traffico della mia mente
che è, a dire il vero, minimo.
Un’amica mi dice: piangi. Non chiederti il perchè.
Non serve, non è importante.
Piangi e vivi quello che ti vien da vivere.
È saggio e anche, in un certo senso, riposante: fare senza pensare
o giustificare o catalogare nei consueti cliché.
L’unica cosa a cui penso spesso, cercando di cristalizzarne il ricordo, è la sensazione di morbidezza, forza e calore delle tue mani.
Le tue bellissime mani.
Non ho mai visto ad un uomo mani belle come le tue.
Se ci penso, ancora sento tutto con un realismo incredibile.
Piove fortissimo.
Mi piace.
E la malinconia non c’entra.
Categoria: atto interiore
Una notte
Il silenzio e l’oscurità.
E’ la notte che mi è consona ora.
Nessun riferimento. Un andare piano, lento, a tentoni.
Brancolare nella selva, conosciuta ma ostile.
Ogni ramo una frustata. Ogni inciampo, una trappola di spine.
Ogni barlume, effimero ed ingannevole.
Un volto, sempre lo stesso, in sovrimpressione, una luce flebile.
Un’icona d’amore che si trasforma ad ogni passo.
Man mano che mi avvicino diviene un mostro.
Che mi graffia, mi morde e mi lacera ancora.
Il silenzio, mai così violento.
L’oscurità mai così spettrale.
Il freddo, una specie di cattivo odore, un movimento interno
delicato e malmostoso.
Una pressione al contrario.
Il vuoto.
Cerco nei suoni interni una musica che mi rassicuri.
Ma non trovo nulla che non sia il rumore di un pietoso
e fatale equivoco, di una cieca ostinazione.
Del tintinnio metallico della costruzione di un pretesto.
Cerco nell’immobilità il senso di esistere.
Ma non colgo il punto per la pioggia intensa di parole
il cui ricordo mi flagella, come una grandine estiva.
E’ la notte che assomiglia ai miei giorni di oggi.
Una notte in cui non posso riposare.
Una notte in cui farmi divorare.
(forse 2001)
La stagione fuori posto
Capita che a fine Luglio c’è il cielo di Settembre.
Che stendi un costume usato nel weekend con addosso una felpa.
Che tutto è collegato e non sai se la tua mente segue il cielo
o è il cielo che obbedisce a te.
Capita che non hai mai tempo e all’improvviso ne hai troppo.
E questo non ti salva comunque dall’inefficacia di portare a termine
i quotidiani compiti.
Capita che ho due gatti e tutti e due con un’anomalia all’occhio sinistro.
E che mi scruto allo specchio per trovare in me lo stesso segno.
Capita che la gente fa un incubo e lo crede un sogno.
Che credendolo profetico lo nutre in se fino a materializzarlo.
Capita che alcuni sono vivi ma ne fai un funerale lo stesso.
Capita che alcuni sono morti, e ti parlano all’orecchio meglio di quando c’erano.
Capita che si ha una pena dentro e che la si usi per mettersi un po’ in ordine.
Capita di sentirsi spesso l’ultimo. E scoprire che il verso della fila può cambiare.
Succede di godersi le cose, per quanto umili possano essere,
con la mano del Vero e la pienezza della Dignità. Nonostante tutto.
Capita di fare un lungo e periglioso sentiero per poi scoprire
che la cosa vera è solo il percorso. Non c’è traguardo, non c’è arrivo.
Parrebbe un cliché, ma veramente non ci sono più le mezze stagioni.
O meglio ci sono ma si succedono in tempi sbagliati.
E questo è un grosso problema che riguarda tutti.
In mancanza della cioccolata concludo la cena con un goccio di vodka.
Hai voluto la bicicletta?
“Se ora tu vuoi appressarti all’Arte nostra, sappi: è una lotta atroce e un andar su di un filo di rasoio. Si può vincere come si può perdere e due cose portano soprattutto al disastro: AVER PAURA E INTERROMPERE. Una volta cominciato, è necessario che tu vada fino in fondo, l’interruzione portando un reazione temibile con l’effetto opposto. Lo puoi facilmente comprendere: ad ogni tuo passo una quantità sempre più alta dell’energia turbinosa è arrestata e spinta contro corrente; eccitata, offesa, essa è tutta una tensione; e per un momento che tu ceda, ti si scaricherà addosso e ti travolgerà miseramente”.
(della tradizione solare del soggiogare le Acque)
(da “Conoscenza delle Acque, Abraxa, Gruppo di UR)
Una specie di viaggio a ritroso
Due occhi leggermente annacquati e un filo di saliva trasparente sul bordo
dei denti inferiori.
Un’espressione vagamemte interrogativa, sempre dolce, a tratti complice.
La stretta della mano che pian piano si addolcisce.
Come vorrei sapere i tuoi pensieri.
Per un periodo sapevo di averne paura, mi andava bene così insomma.
Ma ora rimpiango la tua piena coscienza. Vorrei. Sarei pronta.
Perché so che la maggior parte delle volte in cui ci vediamo, la coscienza c’è.
La percepisco, la sento.
Che fine hanno fatto le parole? Impigliate in circuiti che non hanno mantenuto
la continuità.
Intrappolate nella carne, tradite da una chimica avversa e da un’elettricità
che sobbalza, cede, che fulmina anziché condurre.
Che belle le tue mani. Che pura la tua risata.
Che peccato non essere stati capaci di amarci quand’era tempo.
O forse ci amavamo ma non lo si capiva. Né tu, né io.
Ora entrambi ci stiamo ripulendo.
La mia Nigredo è fatta di fuoco sottile.
La tua, è un esercito di tarme metaforiche che assottigliano la sostanza fisica.
Quel luogo preciso dove s’annida la parte grossolana e terminale della mente.
E così diventiamo bambini. Diventiamo essenziali. Diventiamo semplici.
Qual’è la tua lezione? E qual’è la mia, relativamente a te, al fatto che ti vivo così fortemente ora, fin dentro le ossa?
E’ una riconciliazione questa?
Si fa un gran dire che la gioia è data dall’amare piuttosto che dal sentirsi amati.
Non sono del tutto convinta di questo fatto.
Ma certamente scoprire di essere capaci di amore a questa intensità,
fa dimenticare voci interiori moleste che sostengono il contrario.
Insomma dopo tutti i doni che mi hai fatto, riesci anche a farmi questo.
Grazie.
Ratu.
La motosega
L’acquisizione un po’ forzata di un certo modello – presunto ideale -,
dettata dalla paura, dall’insicurezza e da un’inequivocabile autosvalutazione,
alla lunga fa decidere di mettere la motosega nella borsetta.
Giugno
Una volta era Aprile.
Negli anni ultimi però, ha preso piede Giugno. Sempre di più.
“Giugno la falce in pugno“.
Giugno il mietitore, l’alchimista, il vicario della crisi come forte momento di cambiamento.
Non vi faccio l’elenco.
Si sappia che però gli eventi hanno toccato tutti – dico tutti – gli ambiti importanti della vita. Gli affetti, la salute, il lavoro. Si. Come nell’oroscopo.
E allora? Allora niente.
Allora Giugno usa la sua falce in tempo, in modo che il grano non maturi troppo e non resti un po’ avvizzito, dicono.
Del resto il contadino – dicono anche – non deve aver fretta di “segare” il grano.
E’ sempre una questione di tempi e sincronismi.
Gestire bene i tempi e far ruotare gli ingranaggi in armonia limita al minimo il rischio di stridore, di incidentali fratture di certi indispensabili frammenti strutturali, di irreparabili affondi emotivi, di commettere altresì forme di stupro mentale semi-incoscienti.
Ma bisogna esserne capaci.
A Giugno la scuola è finita.
Basta lezioni.
Vacanza. Che piaccia o no.
The Phoenix
La porta azzurra
Un forte raffreddore. Un monito per una più sensata gestione del mio veicolo fisico. Un momento di riflessione che si svolge nel tipico stato di coscienza cangiante che mi prende quando certe condizioni mi costringono a spezzare le mie nevrotiche abitudini.
Quando il confine con il sogno è più vicino.
Quando sono ferma in piedi, tentennante e diffidente, accanto a quella porta azzurra (non so perché azzurra, la vedo così) che mi può fare accedere alla Visione.
E mentre una parte di me piantona immobile – eterea e appena tremula come una specie di fantasma – quell’uscio smaltato di cielo, un altro strato a metà tra l’atomico e lo psichico brulica incessantemente in un capillare lavoro di tasformazione.
Ancora una volta la fermentazione che può completarsi solo in un momento di quiete, ricalcola la cifra del mio essere.
Mi accorgo di questo perchè chiodi ripetutamente battuti cominciano ad entrare.
Perchè spire auree che ho insistentemente tentato di inserire in me (in cucina si dice ‘lardellare’…) cominciano a sciogliersi, a compenetrarmi e a fondersi con il mio tessuto.
In tutto questo, questa tenue ma ostinata pioggia mi sembra giusta.
Perfetta, nonostante le comuni opinioni sull’opportunità del maltempo a Giugno.
Buonanotte Gatti.
Un altro 3 Giugno
– Adesso sediamoci un po’ qui.. Va bene? – tiro fuori una sigaretta, mi tolgo i capelli dagli occhi – c’è sempre un po’ d’aria qui – e l’accendo.
– Ooh sempre ste sigarette!
– Lo so. Non dire niente. Sai cosa diceva papà? “Chi fuma gli manca qualcosa”. Guarda che ha ragione. Però. Però, lo vedi, non è il caso che ti dica niente. Lo so bene che fa male. E’ chiaro che fa male, ma lo vedi? Hai visto no? Ecco. Adesso me ne fumo una.
– Io non ho mai fumato, mangiavo un mucchio di verdura. Andavo a dormire presto. Non vuol dire niente.
– Non è che non vuol dire niente. Insomma certe cose non che siano proprio una panacea… Ma non è quello. Non è SOLO quello. Certe cose accadono lo stesso, se devono accadere. E’ che io continuo a chiedermi il perché.
– Si dai, lo hai già pensato mille volte. Anch’io credo che le cose siano andate così come pensi tu. Pazienza. Tu non farti fregare.
– Ah si. Ci provo. Sai vorrei dirti tante cose e, soprattutto, chiedertene tante altre. Chiedere il tuo parere sulle cose che ho fatto e che faccio. Ma mentre lo penso sento anche che è sbagliato il modo con cui vorrei farlo: c’è ancora una traccia del desiderio di essere confermata. Di farmi dire che sto facendo bene e quindi vado bene, sono giusta. Capisci?
Non importa mica che tu non ci sia fisicamente. La Te che ho dentro ancora persiste. E ci mancherebbe mi dirai…
– No no, ho capito…
– Di questa Te che ho dentro una parte, ancora, è un’elegante maschera della mia paura, di uno stupido senso del “si deve”, del “si fa” e del non “si fa”.
Sarebbe stato bellissimo averti come amica.
Ed è stato meraviglioso averti come madre. Ma averti come madre ha implicato un ruolo archetipico che ci ha imprigionate in un copione. Va bè. Sono stata comunque fortunata.
Uffa. – La guardo con una sincera espressione di richiesta – E ora? Cosa devo fare ora, secondo te?
– Fai la tua vita. Fai uno sforzo e smettila di avere paura di tutto. E’ un’occasione UNICA. Hai capito? Fai quello che vuoi fare. Fallo.
– A volte non so quello che voglio fare.
– Nessuno si aspetta niente da te. E se se lo aspetta sbaglia. Sono affari suoi. Tu vai avanti per la tua strada.
– Sapere quale..
– Ma vaaaaaa! La tua vita è roba tua. Non te lo devo dire io cosa devi fare. Cercalo tu.
Vai. Fai quello che VUOI fare. – mi dice con quel sorriso che scioglie tutto.
– Sai che ti assomiglio di brutto? In certe foto si vede tantissimo.
– Ti ho passato necessariamente delle cose. Ma tu sei tu. Ammetto che la pensavo diversamente e a volte non ti capivo. Ma ora mi sta bene: non sei mica mia. Mi hai attraversata e devi, al limite, dirmi grazie solo perchè c’ero e essendoci hai potuto uscire qui.
– Adesso dove vai?
– Solo al di fuori del tuo sguardo fisico. Ma non scervellarti, come al solito, di capire. Poi lo capirai. Pensi troppo. Ora stai lì dove sei. Cerca di scoprire tutta la bellezza di cui parli sempre. Vivi. Fai quello che vuoi senza limiti che te ne metti già a sufficienza: non farai mai niente di sbagliato. Io lo so.
Crediti porca miseria.
Ciao
Resto a guardare una porzione di quel muretto assolato. Nell’angolo interno della finestrella una piccola ragnatela vibra, gli uccellini (non è uno spot del mulino bianco: ci sono davvero gli uccellini lì) cantano come nel migliori cliché della letteratura bucolica anche se questo, in teoria, potrebbe essere un noir o un mattone della vecchia letteratura inglese visto che siamo in un cimitero.
Il sole va e viene. Forse pioverà ancora.
La tua foto non suscita più quell’ingannevole senso di presenza come qualche tempo fa: è chiaro che tu non sei lì.
Mi alzo, mi pulisco i jeans e vado.
Crediti porca miseria.
Grazie per aver bruciato tu tutto un carico di sofferenza senza lasciarmelo in eredità.
Grazie.
Vado e spacco tutto. Con calma, si capisce..
