Cosa si mangia stasera?

Certe terre promesse sono come la carota dell’asino.
Tu vai avanti e non la prendi mai.

Nel menù oggi, oltre alla carota dell’asino, abbiamo anche
la sindrome del binario, l’avvistamento della chimera,
il miraggio perfetto, l’epopea del paradosso.
E una serie infinita di rifrazioni, come di due specchi
messi l’uno di fronte all’altro, tali da portare alla follia.
Per non rischiare, vado a dormire.
Buonanotte supergatti.

Senzatetto sotto il tetto

Credo sia capitato (quasi) a chiunque di fare del barbonaggio casalingo.
Che cos’è il barbonaggio casalingo?
Non mi riferisco alla sciatteria congenita di chi crede che vale la pena avere un’aria dignitosa soltanto trovandosi per forza fuori dalle proprie quattro mura o all’interno di esse al cospetto di qualche ospite, intimo o no.
Mi riferisco a certi periodi in cui per un certo motivo, l’entità dello stallo mentale o una certa condizione emozionale sono tali da paralizzare quasi ogni iniziativa.
A partire dal piacere fino ad arrivare ai doveri.
E si diventa un po’ barboni a casa propria.
I motivi possono essere diversi. Si va dal classico mal d’amore con o senza sindrome dell’abbandono, alla crisi di inerzia dettata da un’insoddisfazione più o meno generica che, in quel momento, appare irrisolvibile.
La gente per cose simili, a seconda della caratura della propria forza interiore, beve, si droga, spende tutto, mangia fino a scoppiare o non mangia affatto, trascura la casa fino a farla diventare una specie di Victoria & Albert Museum in decadenza. 
Oppure fissa il vuoto, talvolta piange e, per coerenza, si imbruttisce.
Quest’ultima terzina è la mia specialità. Insieme alla magazzinizzazione della casa, alla ripostiglizzazione globale dell’appartamento, che mi riesce bene anche in situazioni di benessere. Solo che nei momenti buoni la giustifico dicendo che sono un’artista. Che non è neanche vero.
Comunque non molto tempo fa, ho passato un breve periodo in cui il solo varcare la soglia di casa da out a in mi trasformava seduta stante in una specie di mentecatta. Al momento della transizione in – out, naturalmente, accadeva il contrario e riprendevo sembianze civili.
Alla faccia del feng shui ho cambiato l’uso delle stanze con un criterio casuale, totalmente privo di senso, ritrovandomi a fare cose in luoghi non usualmente consoni, sedendomi per terra a caso con la scusa di far giocare i gatti e, soprattutto, ho dormito per più di una settimana sul divano, con indosso una tuta, un trapuntino e qualche occasionale felino sulle gambe.
Però con la testa sempre a nord.
Ci ho messo un po’ a capire che se si non usa dormire sul divano è perché dormire nel letto è molto più comodo. Avevo i sensi un po’ ottusi, diciamo. Pero ho involontariamente infranto alcune mie maniacali abitudini. (E, per questo, non sono nemmeno morta!)
Un’altra cosa simpatica, in certi pomeriggi, è stata quella di organizzarsi la Sacra Ora per Sè (ma anche due o tre) posizionando accanto alla poltrona tutto il necessario per sprofondare nel proprio mondo interior-intellettuale ovvero libri, tablet, computer, telefoni, té al bergamotto, carte astrali, matite, fazzoletti, stufa accesa e riviste. Per poi restare incantata in un malmostoso vuoto con lo sguardo sbarrato sul niente nemmeno idoneo per eventuali meditazioni. Questo per innumerevoli quarti d’ora in cui la parola “azione” pareva scritta nel mio psicodizionario con il limone. E la fiamma lontana anni luce.

Gli effetti di questa clocharderia occasionale si vedono ancora adesso.
Perciò imbraccio lo swiffer e parto. Buona serata gatti.

C.A.L.M.A.

Ci sono cinque cose meravigliose che mi fanno spesso venire voglia di scrivere. Vorrei scrivere di esse. Raccontarle, descriverle, celebrarle.
Ma mi è impossibile perché ogni frase ed ogni parola mi sembrano sempre inadeguate ad esprimere la loro essenza.
Il cielo, l’acqua, la luce, la musica e l’amore.
Non esiste metafora degna per questi doni dell’esistenza.
Di essi possiamo solo fare esperienza.

(la rima finale è involontaria come anche l’acronimo del titolo, che è stato scritto, come sempre, al termine del post. Che bella sorpresa, però. Buongiorno gatti.)

L’impiegata

Mi piace scrivere. Mi piace scrivere a mano, soprattutto.
Se fossi nell’antico Egitto potrei benissimo fare lo scriba.
Ma siccome non siamo nell’antico Egitto, posso solo fare l’impiegata.
La mia missione è fare l’impiegata che trascrive fedelmente e verbalizza, materializza idee, indicazioni e concetti di altri.
Sono la zappa delle superiori volontà, il braccio armato delle menti altrui, il meccanismo fedele e perfettamente funzionante che fa da ponte tra l’intelletto
e la materia.
Sulla scia del realismo di cui ho parlato ieri, direi che il mio lavoro è già
quello giusto. 
Inutile fantasticare chissà cosa.
Scrivere, trascrivere, fare  disegnini (mentre sono al telefono a spiegare le solite procedure, o a risolvere ingarbugli burocratici), fare tabelle, dividere carte, fare fotocopie, pinzare fogli, scrivere titoli in stampatello con la mia bella grafia
è quello che so fare meglio. E lo sto già facendo.
Mica scherzo.
Cosa vado cercando?
Soprattutto, perché mi sono messa in testa altro?
Qual’è la vera me?
Per fare il salto di qualità e superare una certa struttura genetica radicata fin nel midollo da qualche secolo, bisogna averci molta forza o essere unti dal Signore.
Poi, basta guardare i fatti.
“Avere quello che vuoi, volere quello che hai”.
Buona la seconda.

Tutti a terra.

Stamattina mentre scrivevo copiosamente le mie memorie è emersa un’idea rivoluzionaria. Non nuova, devo dire (nel senso che ci ho già pensato altre volte, quando mi sono trovata in simili circostanze).
Ma rivoluzionaria. In quanto la sua applicazione andrebbe contro tutto il complesso di principi che seguo da anni. Invertirebbe, per lo meno apparentemente, quel processo che potremmo definire “di spiritualizzazione” di questo mio onesto ma faticoso procedere.
Evolutivamente parlando potrebbe essere comunque funzionale, nel senso che ogni esperienza è, per definizione, un atto evolutivo.
Ma ad un’occhiata di superficie potrebbe apparire un insulto al volemosebene di questi anni infarciti di fughe in paradisi spiritualiformi spesso illusori. Questi anni sempre di più spesi in forme di socialità in cui emergono angeli in ogni dove, antiche anime in viaggio, abbracci di luce, tentati amori incondizionati e qualunque altra realtà ricoperta dalla rosea lente della moda di quella che non mi pento di definire come una ego-spiritualità. Non è sempre e per tutti così, ma dalla realtà delle cose e dei fatti non posso non pensare che su cento persone solo una o al massimo due fanno vera ricerca. Tutti gli altri (me compresa, scopro) cercano solo di sedare i propri bisogni in modo un po’ più raffinato rispetto al resto della ‘gente’.
Voglio dire, perché non tornare a mettere davvero le mani nella terra (la bistrattata materia, intendo. La cattivona in antitesi con il sacro spirito) e annullare la mediazione della psiche fregandosene del potere di adesso e di domani e accettare il fatto che accade quello che accade quando vuole accadere?
Credo sia da rivalutare anche la saggia reattività di un istinto che quantomeno non t’ammazza. Senza diventare delle bestie, non dico questo. 
In tutto questo, e proprio ora, apprezzo le parole dell’unico maestro di vita che in questo momento tollero. Parole che un giorno mi apparivano incomprensibili, quasi blasfeme per me, la ragazza alla sacra ricerca del perché delle cose. 
Parole che recitano così: “Io insegno che quando piove i marciapiedi si bagnano” (G. I. Gurdjieff)
(“E – aggiunge la mia collega – stai attenta a non scivolare”.)

Anna e Saverio

Ieri pomeriggio sono salita sul treno che era, come sempre, decisamente affollato. Tra i pochissimi posti liberi ce ne erano ben tre accanto ad una donna di colore.
Ma non è di questa stranezza che voglio parlare.
Le poltroncine sono a gruppi di quattro. Due di fronte ad altre due. Lei era seduta vicino al finestrino. Di fianco a lei il sedile era libero ma nello spazio antistante la seduta campeggiava il suo trolley con sopra una grossa borsa.
Sul posto di fronte a lei era appoggiato un foglio scritto a mano e io quindi mi sono seduta nell’altro.
Quel foglio l’ho adocchiato un po’ di volte. Poi finalmente, visto che sono curiosa come un gatto e la signora, nonostante le mie occhiate, ignorava bellamente il foglietto, le ho chiesto: “è suo?”. Lei mi ha risposto di no.
Allora l’ho preso. È un A4 piegato in due. Anzi, in quattro. All’interno stampato (articolo di “disinformazione” sulle solite solfe: soldi, poteri, banche, governi) e all’esterno per metà scritto, per metà occupato da disegni abbastanza carini dal contenuto un po’ delirante.
La parte scritta è stilata con una calligrafia un po’ zoppicante fino a metà, con un’altra più aggraziata per la restante parte e recita, letteralmente, così: 

“Ciao viaggiatore.
Chissà fin dove devi andare.
Questo treno va da La Spezia a Torino.
Sei mai stato a Torino? E a La Spezia?
Noi due, Saverio e Anna, non siamo 
persone molto semplici, anzi, abbiamo
la testa piena di “giri” complicati e
quindi “noiosi”.
Ma c’è un tramonto fuori adesso, che ha
azzerato tutto, ma sarebbero 
normali colori nel cielo se non fosse che
in questi giorni ci siamo svegliati con 
il ragliare di un asino, Pippo, l’asino.
È stato il capodanno.
– cambio di calligrafia –
e abbiamo imparato che Melissa P. 
fa davvero schifo e pietà.
….. Auguriamo al mondo intero e anche
a te che ormai ti sentiamo nostro compagno
di viaggio (di vita vedremo)’ che questo 2012 
ci regali il totale oscuramento di 
“scrittrici” come lei… A Fabio Volo però auguriamo 
(censura)…. 
Buona Vita
Anna e Saverio
P.S. Dietro trovi i disegni che un giorno ti arricchiranno”

Che dire?

Voci dalla cantina

Già l’ho scritto di là.
Sono intrappolata in un inerzia vischiosa, pesante.
Sepolta (mezza) viva nei budelli oscuri della mente che ha smesso di funzionare proprio quando mi trovavo nel seminterrato. E lì sono rimasta.
È una giornata stupenda, oggi.
Non riesco a sovrapporle e adattare ad essa il mio stato oscuro.
Per questo mi sento dissociata.
Posso fare tutto e non riesco a fare niente.
Avevo qualche idea ma vorrei solo dormire.
Anche perché delle idee che avevo l’unica sensata era di quella di andare un po’ nella Gea a prendere il sole.
Giro per casa come un fantasma ma non ci faccio bella figura.
Soprattutto nei confronti degli spiriti veri.
Che poi, con tutto il rispetto, in questo momento di grande disillusione,
non so nemmeno se esistono davvero.
Ma veniva bene a scriverlo.
Rompo i coglioni ai gatti che mi sopportano ma che, appena cessata l’ondata di coccole forzate, si girano dall’altra parte senza colpo ferire ed io resto qui con il mio vuoto attaccato alla schiena. Come una vera carogna.
So che basterebbe solo iniziare. Iniziare a fare qualcosa.
Ma non ci riesco. È più forte questa insensatezza, che mi avvolge come un bozzolo molle ed appiccicoso.
Che poi sarebbe anche una sfaccettatura del processo riparatore: quando ne esco sono sempre parecchio trasformata.
Va be’. Vado a fare un reset parziale dalle due Anime.
Se ci sono. Se non ci sono avrò fatto comunque qualcosa di utile pulendo un po il marciapiede, no?

Il karma, il capriolo e i visceri pensanti

Ore 08.05 circa – Genova, Via invrea. Vista dal 45, guidato da bionda placida signora.

Siccome è estate, nonostante il meteo insista a provarmi il contrario, non ho voglia di ammorbare gli sparuti lettori miei con contenuti pesanti che, in questo momento di travaglio e pulizie, sono il binario preferenziale dei miei visceri pensanti.
E allora volevo risparmiarvi dei lamenti.
Ma tant’è.

Stamattina, perché sono un essere contraddittorio, ho provato quasi piacere ad alzarmi alle sei.
L’idea era quella di prepararmi la colazione Speciale, utile anche a mantenere un peso che non leggo sulla bilancia da almeno tre anni.
Ma poi mi sono detta che la vita non è solo dolore, rinuncia e disciplina (quest’ultima, lo so, potevo fare a meno di scriverla) e nonostante il perdurare della ramata salutistica, ho deciso che una brioche era il minimo che potessi fare per me e per le mie mortificate carni.
Il karma però, che percorre canali inconsueti e spunta là dove l’effetto non c’entra niente con la causa, mi ha colpito sul binario 9 mentre aspettavo candidamente il locale rivelatosi soppresso per tutto il mese di Agosto.

Salto di palo in frasca? Si.
Ieri, mentre tornavo dal Covo, per la prima volta ho visto un capriolo in mezzo alla strada.
Spaventatissimo, nonostante io abbia rallentato fino a fermarmi, ha cominciato a correre inerpicandosi sull’argine e cercando di nascondersi dietro agli alberi. Andava di corsa avanti e indietro senza scappare davvero. Avrebbe potuto farlo. Invece il suo terrore cieco (forse esagero ma a giudicare dal tipo di movimento…) lo legava a me: se si fosse allontanato davvero non avrebbe potuto controllare il mio movimento. Chi lo sa cosa avrebbe potuto fare quella cosa bianca e grossa, con gli occhi grandi e luminosi, che si muoveva lentamente in mezzo alla strada… Per quanto ne sa lui, la mia macchina avrebbe anche potuto volare, si.
La paura è una brutta bestia.
A volte il pericolo immaginato è ben peggio quello reale.
Nella maggior parte dei casi, dico.
A volte si ha paura di una forma intera e quello che ti uccide
è solo un angolo di questa.

In ogni caso, buon Agosto.
Agosto, mostro mio non ti conosco.

L’osso

L’ho fatto bollire, come ha detto Gurpy.
Poi aveva anche detto di lasciarlo al sole molto affinché si seccasse
e si consumasse il midollo.
Questo me lo ero dimenticato.
Quando sono entrata in cucina dove bolliva il pentolino sono stata assalita
da una zaffata di odore macilento ed insopportabile.
Mi è venuto in mente il da farsi. Ma il cuore dell’osso così trattato è veramente insostenibile nella sua naturale manifestazione. Non resistevo un minuto di più.
L’ho miseramente buttato via.
In fondo era un pezzo di zampa di animale lacustre.
Mi spiace perché se le cose fossero andate diversamente oggi pomeriggio,
avrei fatto felice almeno un cane.

PS per i lettori intenzionati a cogliere eventuali doppi sensi:
qui non ce n’è.

Un mattino

Un certo silenzio e qualche uccellino che disquisisce tra gli alberi del Castello.
Le campane di San Pietro. Poco dopo quelle più lontane della Collegiata.
Pare un quadretto di quei poeti che si studiavano a scuola (di cui io, ovviamente, non ricordo nulla ma che muovono una zona ben precisa della mia memoria emotiva).
Invece no, tutto più semplice: è il risveglio lento e tranquillo di quando
non vado a lavorare.
E’ quel momento di passaggio tra il sonno e la prima colazione in cui i mostri della notte lasciano il posto agli intenti del giorno. E per un attimo, contemporaneamente presenti, entrambi definiscono la dimensione di una parte della mia interiorità.
I gatti giocano sul lembo di granito scaldato dal sole e penso che vorrei iniziare sempre le mie mattine così.
I gatti hanno un buon odore.
Io ho fame. E c’è una luce stupenda.
Buona giornata.