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Monster: catturato e descritto

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Possiedo un prezioso, sconfinato, spaventoso vuoto.
Possiedo quello che ho sempre temuto.
Il nulla. L’ottava bassa della pace.
Una cosa, comunque, palesemente finta.
Voglio dirlo. Non voglio trattenere e contaminare i nuovi germogli.

Sembrerebbe una lunga permanenza in una stanza di lenta e progressiva deprivazione sensoriale.
E invece si tratta del contrario.
Se gli stimoli esterni sono pressoché pietrificati, i sensi sono tutti accesi dentro.
Certo un po’ di narcosi nel quotidiano è indispensabile.
Ma quando torno a casa..
Quando torno a casa si apre la botola e mi butto, senza resistenze.

Sono dentro il film.
Entro ed esco ( ma non del tutto) da lunghi tunnel pieni di immagini, sensazioni, colori. Emozioni pure.
Il tratto caratteristico è il colore.
Il colore, non saprei come altro definire la vibrazione modulata.
Ora a bassa frequenza, cupa, pesante, ora velocissima, chiara, cristallina, vertiginosa.
Emozioni pure.
Le acque.
Cavalcare l’onda, farsi schiaffeggiare dai flutti.
E bere anche. E spesso.

Frasi dimenticate che affiorano ed esplodono in superficie con una violenza inattesa.
Piccoli particolari e sensazioni di un passato ormai remoto, al momento negate e congelate, che risalgono frantumandosi al confine con la luce e scoprendo progressivamente quella verità tanto temuta e perciò fortemente rinnegata.
Un successivo senso di liberazione che viene conquistato a caro prezzo.
A carissimo prezzo.
Il dolore. Non posso chiamarlo in altro modo.
Qualcosa che scioglie bruciando.
É un bruciore continuo. Una fiamma pilota che a tratti si espande e incendia tutto.
A volte solitudine impotente.
Strappo. Cose che si strappano. Non so nemmeno quali!
Frantumazione, scioglimento, vapori dall’odore intenso e pungente.
Pezzi che cadono, nodi che si slegano, giunti che si polverizzano.
Tutto disarticolato, caotico, decadente.
Povero.
Essenziale.

Il tempo corre troppo velocemente.
Com’è possibile che certe cose, rimaste incollate dentro, restino intatte, come fosse accaduto ieri?

Pulizia. Pulizia e mai nutrimento!
Sacrificio, privazione, negazione, diminuzione, separazione.
Fatiche. Poi sintesi.
Ma so che sta per finire.
Saturno, con tutti quei cerchietti intorno, quando parlo di te, momento ciclico e necessario del mio processo evolutivo, altri ridacchiano con finta compassione.
La gente ha paura di queste cose. Le evita. Finisce per non crederle naturali ed in ultima analisi, non crederle per niente. Danno parecchio fastidio. C’è sempre il timore di osservarle e nell’osservarle sentirle risuonare in sé.
Anche solo in un tintinnio remoto ed appena percepibile.
Ti affibbiano i tratti della psicotica. Dell’inconsapevole.
Di quella che si lamenta e non fa nulla per.
Ormai sono quasi due anni che mi passi al pettine.
E allora, allora sai che c’è, amato pianeta di piombo?
Che io ti vengo incontro e mi arrendo.
E la mia resa avrà il movimento dell’acqua sorgiva, filtrata dalla roccia in profondità e resa alla superficie trasparente, gorgogliante, ricca e viva.
E io rinascerò. Molto prima della primavera.

Al settimo cielo

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Mi piace stare seduta qui fuori a luci spente.

Ho una fame tremenda di un abbraccio, di un nido, di una mano rassicurante.
Qualunque grado di autonomia io possa raggiungere non mancherò mai di aver bisogno di poter chiudere gli occhi sulla spalla di qualcuno che mi vuole bene a prescindere.
E in questo mercato emozionale di compensazioni, condizioni e baratti più o meno percepibili, cedo al desiderio di assaporare una nostalgia profonda di te che stanotte ha più di un significato.
Non avrebbe più importanza ora di come sono io, di come sei tu, di cosa possa funzionare o meno, di quanto ci si possa capire.
Sei mia madre. È già tutto.

Certi momenti sono davvero duri, ma poi riemergo e, pur con tutti i miei limiti, cerco di onorare il tuo dono più grande.
Sono qui. E sono felice di essere qui.
E mi manchi.
Ti voglio pensare al settimo cielo.

Appena sotto le stelle (wake up, get up and go on)

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A chi guarda dalle nuvole sembrerà tutto molto chiaro.

Lo faccio spesso.
Osservo la linea del mio tempo dall’alto.
Ci provo, dico.
Non è mica facile: la memoria è viziata da sentimenti resistenti.
Belli e brutti. Confusi e limpidi. Vecchi e attuali.
La cosa che voglio evitare è che il pretesto del vivere il Qui&Ora, tanto fondamentale quanto unico paradigma di una buona esistenza, mi chiuda gli occhi sulla vera natura delle cose.
Che ci giunge più fedele se non ne dimentichiamo le radici, i percorsi fatti, le scelte seguite. E soprattutto non chiudiamo gli occhi di fronte ai piccoli particolari, alcune lievi sfumature, a torto considerati poco importanti, che fanno invece la differenza.
Poi, è chiaro, si va avanti con ciò che c’è ora.
Anche perché non serve altro. Ora.
E ciò che c’è, ora, è una bella mappa chiara e perfettamente leggibile.

La mappa non è il territorio.
Ma quando sei perso aiuta eccome.

Ed è bastato alzarsi e guardare tutto l’insieme, dall’alto di una stanchezza di cui sono stufa e che impone un maggior rispetto di se stessi e degli altri.

Il bianco soffice delle nubi si frammenta, lentamente si dirada.
Infine termina. Improvvisamente.
Una linea irregolare ed obliqua scopre di colpo il blu del mare.
E poco più sotto, un primo frammento di un colore primitivo, amato ed emozionante: terra.
Così succede, guardando dal finestrino dell’aereo.
Poi bellissime geometrie di verdi, ocra e marroni. Di varie tonalità e di tutte le forme.
E di notte, una rete di luci che si addensano. E poi si stemperano a piccoli punti nel buio del suolo che dorme.
E poi ancora, se l’ora e la zona lo consentono, alzare lo sguardo all’orizzonte e scorgere l’abbraccio tra la notte e il giorno. E accorgersi.
Accorgersi del senso e della natura del tempo. Comprendere profondamente che possiamo – dobbiamo – rifare tutto.
Perché ancora un solo minuto in questo spreco di spazi, di risorse, di parole, di attenzione e di tempo stesso, è un insulto alla Vita.
Wake up, get up and go on.

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Salpare senza bussola

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Ci sono giorni inqualificabili.
Pare non succeda niente e invece no.
Osservi, leggi, pensi cose che hai ritenuto vere per lungo tempo e improvvisamente ti senti in mezzo alla fiera delle banalità, al discount dello scontato (figurati se non faccio un giochetto di parole), al mercato del wannabe.
Percepisci la noia del solito, dell’abitudine, la tigna della regola limitante ed obsoleta.

Resta solo da appurare – fosse poco – se hai cambiato la rétina come la biscia cambia la pelle, o se invece ti stai difendendo con le più audaci scenografie mentali mai inventate.
Lo scopriremo solo vivendo.

La tentazione di concepire frasi ad effetto da estrapolare per fare audience sui social ha la forza di un budino.
Non mi riconosco più.
Il sentire si trasforma. E nulla è più come prima.

Chi si muove spesso si ferisce, sanguina, si arena. Si rianima, poi, in qualche modo, e ricompone la cifra cambiando rapporti, proporzioni e segni.
Normalmente il totale ha un valore maggiore rispetto al precedente.
E si riparte.
Ma bisogna abituarsi.
Pian piano.

Pian piano si fa tutto.

Arriva il momento in cui molli tutto e scegli la deriva, scoprendo che non è affatto spaventosa. Anzi.
È Potenza pura.
Nonostante spiacevoli residui ed ostinate resistenze.
Magari se lasci fare, trovi la corrente giusta.

Queste parole arrivano direttamente da una languida fase di pre-sonno.
Fosse questa la dimensione della vera realtà?

Se vi dico buonanotte, è banale?
No.
Fate una buona notte.

Vortex

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Il vortice non è mica ancora finito.
Siamo alla punta, al vertice.
Diecimila giri al secondo, se non di più.
A volte un incubo, a volte una figata.
Chissà quando mi sparerà fuori dove andrò a finire.

Urge un ritiro secco. Un isolamento spinto.
Per un’ulteriore accelerazione. Per un colpo di grazia.
Senza telefoni, senza gps, senza internet.
Almeno una settimana.
Possibilmente senza parlare con nessuno.
Magari in mezzo agli elementi.
Con una penna e un quaderno come salvagente.
E un pezzo di piombo per imbonirmi Saturno.
Anche se basterebbe stare a piedi nudi h24.

Potrei fingere un impegno di lavoro segretissimo.
Un sonno misterioso e lunghissimo tipo Orlando.
(Che quando mi sveglio però non ho cambiato sesso ma sono più furba.)
O un rapimento alieno con gatti al seguito.

Secondo voi posso farlo?
Secondo me Si.

Blackbird

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Certo che se è per scrivere queste cose, potrei anche farne a meno.
Comunque, a dispetto dell’apparenza, quello che che sto per raccontare è un bel segno.
Esco trafelata stamattina e davanti alla porta di ingresso del mini condominio dove abito, vedo una cosa nera per terra. Uno straccio. Forse un calzino.
Ma no, non ci sono panni stesi lì sopra. No, è più grosso di un calzino.
Mi avvicino, un uccello. Un uccello nero.
Immobile.
Lo tocco con la punta dello stivale, che nel caso di movimenti repentini ed inaspettati mi fa più paura la vita della morte. Ma no.
È morto.
Non si può dire che possa facilmente sembrare un bel segno, no?
Un uccello nero. Un uccello morto.
Uccello nero portatore di sventura.
Uccello morto portatore di sventura (vicino a casa poi, il pronostico è agghiacciante).
Ma se la matematica volesse venirmi in aiuto, nella semplificazione dei rapporti simbolici, ed energetici, e archetipici di questo mai abbastanza sondato Universo, meno più meno fa più.
(E anche oggi sono riuscita ad rifilarvi un mini giochetto di parole).
La strega, il messaggero dell’ombra, l’inquietante presenza oscura sul ramo all’imbrunire, il pericolo incombente, la sventura, il monito sinistro, l’uccello nero insomma. Morto.
Finito, basta, kaputt.
Si, con un certo protagonismo, direi.
Ha voluto farsi vedere.
Dovevo essere io la prima a vederlo, davanti all’uscio di casa?
Forse non sono stata la prima, ma il messaggio è per chi lo legge.
Di sicuro nessuno prima di me lo ha degnato di sufficiente attenzione.
Su quelle chiare piastrelle era ancora più desolante che mai.
L’ho messo in mezzo al campo.
È vero che mi capita di tutto pur di non essere puntuale in ufficio.
Ma la sepoltura dell’uccello nero alle 07.50 mi pareva troppo.
Povero merlo.

Alla conquista della realtà (tequila boom boom)

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Dopo l’abbuffata di spiritualità prêt à porter, naturalmente adesso ho la saturazione. Mi sento come quei bicchieri di tequila con il sale sul bordo.
Ecco, la piena si è sgonfiata, tutto si è seccato ed è rimasto quel fastidioso esito cristallino che è il mio impegno prima disperso poi condensato, infine sprecato e privato dei principi vitali.
Bere al bicchiere della vita e sputacchiare quegli inutili granuli che bruciano le labbra. Bruciano come tutti i fallimenti e gli sforzi inutili.
Adesso non esageriamo. In realtà a qualcosa tutto questo è servito.
Ma come in un buon sugo (non so se potrò mai fare a meno di metafore) che va ridotto, resta il meglio solo ed esclusivamente dopo una lunga e lenta esposizione al fuoco e dopo la perdita di ingredienti/fenomeni transitori senza i quali il piatto non sarebbe comunque riuscito.
Tutta questa marea insensata di informazioni, citazioni e patetici microatti di illusoria fede, cavalcata nella disperata ricerca di qualche punto fermo, coagulata ora nella cavità defilata delle cose già fatte, nel ritirarsi ha scoperto tutto ciò che conta: quello che c’è ADESSO.
Il senso ed il valore di quello che c’è adesso.
E, naturalmente, di riflesso, di quello che non c’è.
Che poi è sempre quello che c’è: un’assenza.
Ecco. Questo mi piace. A questo ci credo.
Anzi no, scusate, non credo ad una cippa: lo so, lo sono, lo vivo.
Quello che tocco, quello che vedo.
Quello che sento. Quello che percepisco.
Questo è il mondo.
Non c’è nient’altro.
Buon giorno di Marte, gattoni.