Una volta c’era la Quaresima.
Per esserci, ci sarebbe anche adesso. Ma non ce ne curiamo più.
Quella che mi pareva una tradizione obsoleta e per di più rivestita di cattolicesimo – nel momento in cui avevo il diavolo in corpo – suscitava in me l’istinto ribelle e la totale negazione di ciò che era stato fino ad allora e che fino ad allora mi era stato caldamente consigliato se non imposto.
Invece.
Invece gli antichi avevano ragione.
Basta fermarsi in quella specie di silenzio sospeso, in quel momento di calma in cui l’attenzione si ritorce all’interno di quando, nel mezzo delle corse quotidiane, ci si ferma un attimo a fare il punto della situazione.
Dove sono, cosa sto facendo, come mi sento, adesso?
Adesso c’è la Quaresima.
Adesso sento la Quaresima.
Il senso della pulizia di sé, il bisogno di rinnovare la corteccia e raffinare la linfa, il lavaggio, la riduzione di complesse sovrastrutture, l’insalatina verde, l’acqua, l’aria aperta, il minimalismo organico, l’atteggiamento spartano, la strigliata del manto, lo sfogliare di strati, l’apertura al respiro.
Preparando il terreno.
Aspettando la fioritura.
Categoria: è ora
Mare poco mosso
Conosco questo mio raro e benedetto momento di pseudo oblio.
Arriva da sotto e affiora sulla superficie della mia giornata.
Sale come una marea soffice ed ottundente, come un’enorme portata di panna montata, come la schiuma densa e profumata di un bagno cremoso.
E mi rende calma – pur se molto attenta – serafica.
La percezione è limpida ma i cannoni sono scarichi, il personale addetto a riposo e il comandante, calmo, quasi metodico, si limita a registrare ogni variazione di rotta con estrema precisione.
E’ uno stato dell’essere che assumo, dicevo, molto raramente.
Tanto raramente che non mi sento di interpretarne la motivazione, il vero fondamento.
Conosco solo la sua probabile origine e sento che la calma di oggi è un acciaio temprato dal fuoco più violento.
Una cosa che arriva “dopo”.
Va bè. Galleggio, fissa e appena mossa, come una boa al largo.
Si ha tempo quanto basta di guadagnare una certa distanza di sicurezza prima che un’ondata, strattonandomi forte, rompa la corda.
Nel caso di tale ipotetico avvenimento – qualcuno avesse dubbi – non andrò alla deriva.
Dinamico standby
Come al solito, scrivo poco quando accade molto.
Sono giorni intensi, densi di vibrazioni irregolari, di impulsi che scalpitano,
imbrigliati da un tempo non ancora maturo.
Il ribollire vivace di una fanghiglia fertile, di un vulcano attivo ma calmo.
Con in mano un biglietto per destinazione ignota,
sono finalmente una donna in partenza.
Periodo Sparta
Questa necessaria fase di ancoraggio a terra, dopo innumerevoli voli pindarici,
porta con sé una sorta di piacere nell’affrontare e coltivare un certo lavoro fisico. Dopo tanta inerzia, dopo tante molli oscillazioni per appoggiarmi qua e la e per defluire pigramente nelle vie di minor resistenza, ecco quel misterioso piacere connesso alla fatica che può essere definita tale per chi da decenni non ha più usato il proprio corpo.
Ed ecco anche quella forza nell’abbattere il limite fisico (quasi sempre apparente e comunque non certo ultimo) che ha la sua poderosa controparte a livello psichico.
Mi pare quasi di aver addosso nuovamente l’occhio severo ma costruttivo di Saturno.
Cadono obsolete barriere. Pertanto cadono maschere, fronzoli e guarnizioni protettive.
La protezione viene eliminata in nome del vero e dell’aver realizzato di avere diritti.
E non solo doveri.
Non mi proteggo più io. E non proteggo più gli altri.
Questo è il periodo Sparta che mi si profila davanti.
Avrò il coraggio di attraversarlo con dignità e coerenza?
O finirà – ancora una volta – dopodomani?
Magari se vado a dormire ora ho buone speranze di averne la forza.
Sono le sette del mattino e io ho ancora addosso un freddo micidiale.
(Cosa suonano a fare le campane a quest’ora?)
L’Abbondanza
Oggi è caduta una barriera. Come mi succede di solito, di colpo.
So che potrebbe non essere una liberazione definitiva.
Anzi, non la sarà poiché è cosa antica e radicata.
Ma intanto uno sguardo al di là l’ho dato.
Ma quale povertà incipiente! Ma quale insufficienza!
Ma quali carenze strutturali, quali penurie materiali!
C’è abbondanza. Scoppio di cose. Ho tutto.
Anzi, ho molto di più. Ho troppo.
Oggi pomeriggio mi sono guardata bene allo specchio, con lo sguardo dritto
e crudo negli occhi.
Mi sono riconosciuta finalmente. Io sono qui. Non mi serve altro.
Ma quale casa. Ma quale divano. Ma quale pavimento da cambiare.
Ma quali gioielli che non ho. Ma quali accessori di lusso.
Ma quali oggetti morbosamente incollati ai miei anni. Ma quali ricordi.
Tutto è dentro di me. Anche mia madre. Non serve che tenga alcune sue cose.
Ma chi l’ha detto che per viaggiare per il mondo devo avere soldi?
Dormire in un albergo di lusso non cambierà di una virgola il mio status interiore.
Se posso bene, se non posso è uguale.
Quanto denaro e quanta energia sprecati per riempire i miei buchi.
Se non avessi sprecato avrei tutto quello che mi piace veramente.
E senza sensi di colpa.
Dio che liberazione!
Speriamo che duri.
La Verità vera
Vuotare il sacco a prescindere è, nella maggior parte dei casi, una caduta, un resa, un atto di debolezza: l’incapacità di sostenere le proprie scelte in totale responsabilità personale.
Tacere è faticoso, tacere è un peso, tacere è lasciar congelata una parte di sé costringendo se stessi ad una forzata economia energetica.
E progredendo nell’esistenza, e cercando di fare questo nel modo più costruttivo e sano che si possa concepire in un dato attuale momento, risulta evidente l’importanza sempre maggiore di essere veri e di dire sempre la verità.
Mi hanno insegnato un’unica regola: dire la verità senza ferire.
Non ferire. Dire la verità in modo da non ferire.
E se non è possibile non ferire, non dire.
Oggi mi sto chiedendo quante volte ho rispettato questa regola per autentica necessità.
Quante volte ho detto e ferito per debolezza.
Quante volte non ho detto – mentre avrei dovuto e potuto – per paura.
Non è un’analisi pesante.
Ma i futuri esiti di questo bilancio provocheranno grandi cambiamenti.
Traghetti cinesi
Sarà propizio attraversare la Grande Acqua?
Perché non ne posso davvero più.
E sto per farlo sul lavoro, anche se mi limiterò ad usare un traghetto.
La forza per il nuoto non ce l’ho ancora.
Psycospeleologia spinta
Immagine
Gustave Doré, La Divina Commedia, L’Inferno, Canto I, Versi 1 – 2, La Selva
(grazie a Marco Capurro)
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Continuano le esplorazioni…
Forse è semplice
Ho deciso che sono stufa di avere un problema.
Da oggi non ce l’ho più.
Basta.
E’ semplice.
Illuminazione
Questo blog è una lagna totale.
