Decreti di fine settembre

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La cucina sottosopra, settemila barattoli sul tavolo, aspirapolvere e scatole tra i piedi, gatti ovunque.
Prendo un grosso sacchetto di nocciole, un grilletto di plastica, lo schiaccianoci e vado in terrazza a perdere tempo con qualcosa di assolutamente non prioritario.
Durante la meditazione contadina (per dargli un tono) che durerà ore, promulgo quanto segue:

Legge 1: fare esperienze ed acquisizioni che mi posso permettere.
Dettagli: Applicabile a tutti gli ambiti: acquisti, sentimenti, viaggi, esperienze, collocazione di aspirazioni e ambizioni. Non muoversi di casa se non a piedi.
Decorrenza: immediata.
Validità: fino a raggiungimento dei crediti necessari per il prossimo livello.
Strumenti a disposizione: disciplina e raziocinio, consapevolezza della casta (mondana e spirituale) di appartenenza. Ridimensionamento dell’ego.

Legge 2: casa mia non è (più) un parcheggio temporaneo, né un magazzino, né un capanno di campagna, né la succursale novese del Victoria & Albert Museum.
Dettagli: applicabile in ogni stanza, con particolare attenzione alla Stanza del Chaos. Urgente ripristino della terrazza, detta anche il cimitero dei vegetali che furono.
Decorrenza: immediata
Validità: fino a missione compiuta
Strumenti a disposizione: sacchi neri, stracci, aspirapolvere, olio di gomito, implacabilità, spirito ninja.

Legge 3: silenzio
Dettagli: totalità ed universalità negli ambiti di applicazione.
Decorrenza: immediata
Validità: nella quotidianità, a termine di stato psichico alterato. Intimamente parlando, in eterno.
Strumenti a disposizione: isolamento, disciplina.

Legge 4: invece di scrivere, comincia, cazzo.

Si può ancora fare

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Un silenzio

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18.09.2012 ore 16.00, in spiaggia, Sturla.

Mi rendo conto che il lettore medio del blog, sempre che io abbia un numero sufficiente di lettori da poter fare una media, gode, eventualmente, delle descrizioni di situazioni mentali e stati emotivi in cui possa facilmente identificarsi.
Le mie frasi normalmente sorgono da un’emozione e passano da un’ideazione per poter essere rese più o meno intelleggibili.

Provo invece a scrivere oggi, di un raro frammento di Silenzio. Che non è solo assenza di pensiero strutturato. È qualcosa che va oltre.
Il mio silenzio oggi è Esistere. Sentire di esistere.
Essere, come va di moda dire.

Ascoltare le piccole onde qui davanti a me. E lasciarle andare.
Guardare i sassi della spiaggia, percepire la brezza e il sole sul corpo e mollare subito la sensazione, senza alcuna considerazione.
Dimenticarli all’istante, lasciarli passare, fluire, tornare dal nulla da cui sono venuti.
In quell’attimo che sorge e muore contemporaneamente.
Il retro dell’eternità.

Prendere atto, per così dire.
E lasciar subito andare.
Non trattenere nulla.
Non attaccarsi a nulla.
Costeggiando e poi penetrando un semplice Movimento.
Un flusso costituito da unità di presente, non organizzate, singole e contestuali, senza un prima né un dopo.
Non c’è passato. Non c’è futuro.
Solo quiete, pace, esistenza piena.

Scrivo questo sul retro di un foglio appoggiato sulle ginocchia.
Per non dimenticare.

Kên

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Sempre così puntuale.

Dacci il nostro Tao quotidiano

Il mondo è un mercato.
La mente è un mercato.
Tutto si definisce in termini di cose e anti-cose.
Ovunque entra qualcosa facendone uscire un’altra.
Ovunque la destra presuppone la sinistra, l’alto presuppone il basso,
il dare precede o segue il ricevere, ecc. Solite cose, soliti esempi.
In ogni caso c’è la conservazione di un intero.
Un intero prestabilito.
Equivale a dire, dicendola con comune senso, che tutto ha un prezzo.
Entra il panino, escono 3 euro. Esce una battuta, entra una risata.
Entra uno schiaffo, esce un urlo.
Esce una pazienza, entra una speranza.
Sulle faccende non materiali, l’arte del compromesso è la soluzione – paradossalmente – più chiara e definita e forse anche saggia rispetto ad una franca predominanza sull’esterno che, volitiva e funzionalmente aggressiva, pare prevalere e vincere e che invece finisce per creare voragini di vuoto all’interno.

Lo so, non sono chiara questa volta.
Sono immagini, suggestioni appena abbozzate, appena nate.
Fa niente.
Troppo importanti però per lasciarle perdere.
Questa riflessione nasce dalla consapevolezza di un mio atteggiamento personale.
Un atteggiamento da pecora, che diventa moneta di scambio.
Quanta gente lo fa senza saperlo.

Il germe della ribellione cresce, scoppietta, si agita e contunde le mie pareti interne troppo vive e dignitose per ricoprirsi di callosità da rassegnate sconfitte.

Sarà una giornata impegnativa.

Provvidenziali salvataggi (c’è una speranza per tutti)

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…..E poi c’è una cosa.
Una cosa non nuova, ma che appare molto raramente nella mia vita.
Una cosa misteriosa che risale alla superficie nei momenti più tragici, più difficili da superare.
Quelli in cui sento una pena dentro come un qualcosa tirato allo spasimo che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.
Il mio equilibrio, direi.
Di questa cosa non intravedo la forma. Non riesco nemmeno a tastarne la consistenza.
Ho idea che sia sottile. Che sia qualcosa che si perfonde in me, che crei una specie di rete invisibile che mi impedisce di andare in pezzi, contenendomi in modo libero ed elastico, in modo da mantenere una peculiarità di forma senza costrizioni decise.
Questa è la cosa – non saprei definirla – che segna lo stop in certe divagazioni del mio essere. Come un’orbita oltre la quale non posso cadere senza perdermi.
È quella cosa che mi blocca nel momento appena prima di.
Ed è la stessa cosa che mi sposta di colpo su una trattoria che io non vedo e che riconosco come profondamente coerente a me, con il famoso senno di poi.
………

(dai Diari privati del Gatto)

Cose che voglio fare

Voglio risalire il Borbera tra Persi e Pertuso: 4 km sul letto del torrente, in una gola scavata nei conglomerati di Savignone e ornata da boschi che, da lontano, sembrano manti di soffice verde moquette. Lo zio dice che ci sono pozze d’acqua profonde e verdissime e che si guada il corso d’acqua qualcosa come 59 volte.
Scarpette di gomma, costume e via.
Da fare a Luglio e in caso di Agosto caldissimo: l’acqua è ghiacciata.

Un seminario di danza Butoh di cui ho letto e di cui in realtà non so nulla.
Dal poco che ne so (il corso lo tiene una mia amica) deve essere qualcosa assolutamente nelle mie corde, nonostante io e la coreografia siamo affini come lo può essere un artista di strada rispetto ad un manager della City. Pare un esercizio di presenza assoluta nel corpo che si muove, striscia, si erge e si abbandona come una pianta che segue la luce, come un neonato che esplora lo spazio, come una radice che si propaga in armonia con la forma e la consistenza della terra che la ospita.
Magari non è vero niente ed è tutt’altra cosa. Ma queste suggestioni che in qualche modo ho deciso di avere sono sufficienti a farmi venire voglia di sperimentare.

Iniziare una meditazione, ad occhi chiusi, sulle note di Felbomlasztott Mentökocsi, creare immagini di grandi alberi e cattedrali e cieli scuri che si rischiarano e piccoli insetti che restano immobili ad ascoltare la loro breve ed intensa vita, per poi scendere nel silenzio che va oltre il ritmato fruscio del respiro. E poi aprire gli occhi, nuova di zecca, ascoltando il fresco sulla fronte e la forte presenza delle mie mani.

Voglio andare a visitare un grande museo d’arte e, una volta uscita, sedermi in un caffè e guardare cose e persone a caso, per sperimentare il contrasto delle immagini, lo shock dell’essere entrata e poi uscita da un mondo nel mondo e capire ancora meglio che decido io dove mi trovo e come mi ci trovo. Conoscere la soglia dei miei corpi e cogliere il senso della vera libertà di movimento.

Voglio farmi fare un massaggio ogni due settimane almeno.

Voglio fare miliardi di fotografie e affinare l’abilità di cogliere l’essenza di luoghi, cose e persone. Se potrò permettermelo, magari anche un buon corso di fotografia per arricchire la strumentazione percettiva, evitare il barocco (laddove non sia protagonista) e velocizzare la resa delle mie intenzioni.

Voglio muovermi di più, mangiare meglio, dormire di più e latitare dalla testa e sentirmi fortemente nella carne.

Per ora non mi viene in mente altro.
Intanto, buon ferragosto.

I sacchi neri

Domenica.
Nei sacchi neri ci abbiamo messo le spoglie di una passata presenza.
Gli accessori di un passaggio in questa realtà, stipati da quasi un anno in un armadio semplice, di legno liscio, nell’attesa che venisse il tempo.
Nei sacchi neri buttiamo l’obsolescenza annidata nella nostra mente.
Facciamo praticamente un rituale, elementare e solenne, con le ciabatte ai piedi e le tende aperte.
Naturalmente, in una giornata di sole.
Con la porta spalancata su latrati lontani, su gatti appollaiati con occhi socchiusi e campane domenicali che mi entrano nel midollo.

Dai sacchi neri si sono liberati ricordi teneri e anche un po’ ridicoli di una infanzia condivisa e ricordata a pezzi. Che sussulta appena, tra le nostre parole e le nostre risate, prima di ripiegarsi per sempre all’interno di una storia compiuta. Che resterà da oggi, indisturbata, distesa a strati nelle fondamenta. Sempre presente, ma lontana dal frenetico quotidiano.
Dai sacchi neri sono evasi i pomeriggi al torrente, imprigionati nelle fibre di una maglietta a righe, insieme a quel sole pazzesco, quella luce che faceva strizzare gli occhi.
È uscita quella cancellata bianca e le mani di papà, mai sporche, mai rovinate. Sono usciti lavoretti in legno, salse di pomodoro fatte in casa, frutta raccolta, terra zappata, frittate con l’erba amara e poi tetti, pavimenti e odore di calce e cemento.
Tra i sacchi neri ho fregiato mio fratello del titolo di Ragionevole Concreto. Meritevole di avermi impedito di tenere un passamontagna giurassico verde militare, un giaccone delle ferrovie e un paio di calzerotti fatti a mano, numero 43.

I sacchi neri sono un pettine che scioglie nodi.
Sono un’essenza odorosa che scivola sulla pelle, che subito brucia ma che poi mette in bolla i ricordi.
Bonne nuit.

Il viaggio

Dopo molto tempo sono in viaggio, da sola.
Non è un viaggio lungo. Non troppo insomma.
Sono seduta su un muretto della stazione, in una fermata intermedia
che calpesto ogni giorno, come una turista qualsiasi.
È l’atteggiamento che cambia i luoghi.
E trasforma il solito in qualcosa di inedito.

La mente è stanca ma tace, gli occhi sono aperti ad ogni particolare,
ad ogni sfumatura.
Il corpo è calmo ed ha un’energia uniforme, integra e con una vibrazione di fondo che riesco a percepire come una specie di rumore interno.
Costante, indifferenziato, gradevole.
Sento il potere che cresce. Incredibilmente.
Oggi ascolto una musica diversa dal solito.

Vado via vuota. Potrei tornare completamente diversa.

Corpi caldi in autobus

E non è una cosa erotica.
Un respiro nell’incavo del mio gomito.
Una pancia calda sulla mia schiena.
Insopportabile.
L’unica cosa bella, di quando la gente pian piano comincia a scendere, è guadagnare quel minimo di spazio per appendermi con una mano alla barra in alto: mi stiracchio la schiena ed effettuo mentalmente micro movimenti dance sulle note di Yes Sir, feat. Goldfrapp.
Pubblico e scendo. Yeah!