Spiritika.

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(Post inadatto agli intolleranti a piagnistei, rituali e preghiere).
Scatole tra i piedi, trafitta dai ricordi, tormentata da vincoli invisibili, obsoleti ma resistenti. Legàmi.
Porca miseria voglio parlarti ora. Subito.
Ho bisogno di un aiuto che solo tu puoi intendere. Capiresti anche perché uno, liberandosi di fardelli, molto logicamente pianga. Tu hai le parole giuste, ne sono certa.
Non mollarmi qui da sola cazzo.
Io mi arrangerei con calma, ma devo fare presto: mi devi aiutare.
Solo chi ha costruito con me tutto questo può comprendere ed ha la chiave
per liberarmi.
Dimmi che io sono io e non sono te e nemmeno gli altri che sai.
Dimmi che io sono io e non devo diventare qualcun altro. Soprattutto.
Dimmi che quello che mi piace fare lo posso fare.
Dimmi che è naturale perdere tutto questo (che non sono certo ‘cose’)
e che è corretto affrontare tale perdita senza il tuo sostegno.
Tu unica possibilità, tramite ancora vivo nella mia mente tra il dove sono oggi
e dal dove provengo.
Tu carceriere amorevole, a tua volta incatenata e per questo portatrice
di contagiose zavorre.
Dammi la misura per eliminare ciò che non sono io e difendere ciò che mi rappresenta.
Vienimi in sogno, mandami un segno, fai qualcosa.
(Senza spaventarmi però).

Visioni

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“Evoluzione.
Ho avuto proprio stamattina una specie di scoperta su questo ma non saprei descriverla. È ancora fresca. La nota più evidente è che io sto osservando tutto. Tutto. Anche me. E anche il tempo da prima che nascessi. Va be’. Non so dire.

C’è una specie di trama a più dimensioni. Tutto è un magma apparentemente indifferenziato.

I confini della forma sono illusori. Non so dimostrarmelo ma comincio a sentirlo.

E tutto si muove continuamente senza posa. I famosi fotogrammi li facciamo noi con l’apparato tridimensionale (mente) che non può contenere il divenire se non infilzando le varie sfaccettature della realtà in un filo chiamato tempo.

Le memorie non possono essere vive.

In questo senso non esistono. Ma all’interno dell’umano (la sua parte nella materia, la mente e l’evoluzione del corpo) necessariamente hanno un peso.”

E ti fissano sul fondo dell’Abisso.

Decreti di fine settembre

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La cucina sottosopra, settemila barattoli sul tavolo, aspirapolvere e scatole tra i piedi, gatti ovunque.
Prendo un grosso sacchetto di nocciole, un grilletto di plastica, lo schiaccianoci e vado in terrazza a perdere tempo con qualcosa di assolutamente non prioritario.
Durante la meditazione contadina (per dargli un tono) che durerà ore, promulgo quanto segue:

Legge 1: fare esperienze ed acquisizioni che mi posso permettere.
Dettagli: Applicabile a tutti gli ambiti: acquisti, sentimenti, viaggi, esperienze, collocazione di aspirazioni e ambizioni. Non muoversi di casa se non a piedi.
Decorrenza: immediata.
Validità: fino a raggiungimento dei crediti necessari per il prossimo livello.
Strumenti a disposizione: disciplina e raziocinio, consapevolezza della casta (mondana e spirituale) di appartenenza. Ridimensionamento dell’ego.

Legge 2: casa mia non è (più) un parcheggio temporaneo, né un magazzino, né un capanno di campagna, né la succursale novese del Victoria & Albert Museum.
Dettagli: applicabile in ogni stanza, con particolare attenzione alla Stanza del Chaos. Urgente ripristino della terrazza, detta anche il cimitero dei vegetali che furono.
Decorrenza: immediata
Validità: fino a missione compiuta
Strumenti a disposizione: sacchi neri, stracci, aspirapolvere, olio di gomito, implacabilità, spirito ninja.

Legge 3: silenzio
Dettagli: totalità ed universalità negli ambiti di applicazione.
Decorrenza: immediata
Validità: nella quotidianità, a termine di stato psichico alterato. Intimamente parlando, in eterno.
Strumenti a disposizione: isolamento, disciplina.

Legge 4: invece di scrivere, comincia, cazzo.

Senzatetto sotto il tetto

Credo sia capitato (quasi) a chiunque di fare del barbonaggio casalingo.
Che cos’è il barbonaggio casalingo?
Non mi riferisco alla sciatteria congenita di chi crede che vale la pena avere un’aria dignitosa soltanto trovandosi per forza fuori dalle proprie quattro mura o all’interno di esse al cospetto di qualche ospite, intimo o no.
Mi riferisco a certi periodi in cui per un certo motivo, l’entità dello stallo mentale o una certa condizione emozionale sono tali da paralizzare quasi ogni iniziativa.
A partire dal piacere fino ad arrivare ai doveri.
E si diventa un po’ barboni a casa propria.
I motivi possono essere diversi. Si va dal classico mal d’amore con o senza sindrome dell’abbandono, alla crisi di inerzia dettata da un’insoddisfazione più o meno generica che, in quel momento, appare irrisolvibile.
La gente per cose simili, a seconda della caratura della propria forza interiore, beve, si droga, spende tutto, mangia fino a scoppiare o non mangia affatto, trascura la casa fino a farla diventare una specie di Victoria & Albert Museum in decadenza. 
Oppure fissa il vuoto, talvolta piange e, per coerenza, si imbruttisce.
Quest’ultima terzina è la mia specialità. Insieme alla magazzinizzazione della casa, alla ripostiglizzazione globale dell’appartamento, che mi riesce bene anche in situazioni di benessere. Solo che nei momenti buoni la giustifico dicendo che sono un’artista. Che non è neanche vero.
Comunque non molto tempo fa, ho passato un breve periodo in cui il solo varcare la soglia di casa da out a in mi trasformava seduta stante in una specie di mentecatta. Al momento della transizione in – out, naturalmente, accadeva il contrario e riprendevo sembianze civili.
Alla faccia del feng shui ho cambiato l’uso delle stanze con un criterio casuale, totalmente privo di senso, ritrovandomi a fare cose in luoghi non usualmente consoni, sedendomi per terra a caso con la scusa di far giocare i gatti e, soprattutto, ho dormito per più di una settimana sul divano, con indosso una tuta, un trapuntino e qualche occasionale felino sulle gambe.
Però con la testa sempre a nord.
Ci ho messo un po’ a capire che se si non usa dormire sul divano è perché dormire nel letto è molto più comodo. Avevo i sensi un po’ ottusi, diciamo. Pero ho involontariamente infranto alcune mie maniacali abitudini. (E, per questo, non sono nemmeno morta!)
Un’altra cosa simpatica, in certi pomeriggi, è stata quella di organizzarsi la Sacra Ora per Sè (ma anche due o tre) posizionando accanto alla poltrona tutto il necessario per sprofondare nel proprio mondo interior-intellettuale ovvero libri, tablet, computer, telefoni, té al bergamotto, carte astrali, matite, fazzoletti, stufa accesa e riviste. Per poi restare incantata in un malmostoso vuoto con lo sguardo sbarrato sul niente nemmeno idoneo per eventuali meditazioni. Questo per innumerevoli quarti d’ora in cui la parola “azione” pareva scritta nel mio psicodizionario con il limone. E la fiamma lontana anni luce.

Gli effetti di questa clocharderia occasionale si vedono ancora adesso.
Perciò imbraccio lo swiffer e parto. Buona serata gatti.

Sono circondata

Ho la stranissima e, soprattutto, inedita sensazione di essere arrivata ad una specie di punto di non ritorno.
Niente di drammatico. Qualcosa di molto simile ad un punto di svolta ad angolo acuto, molto deciso e determinante per le future direzioni..
E quante volte l’ho detto, mi direte voi (che nemmeno leggete perciò
figuriamoci se dite).
Ma le altre volte erano diverse: i cambiamenti sono sempre stati, come dire, subiti.
Arrivati dal cielo (o dall’inferno), trovati per strada, calati sulla testa come da una anomala cicogna.
Stavolta invece mi trovo in mezzo ad una specie di accerchiamento perpetrato da eventi e condizioni più o meno consapevoli, adocchiati da subito e nutriti da e con il tempo.
Eventi non sufficientemente potenti da sopraffarmi ma insidiosi e costanti nel loro procedere verso di me.
Soprattutto, sono tanti.
Le minime e folkloristiche conoscenze di fisica della sottoscritta, assunte empiricamente – non senza parecchie distorsioni interpretative – fanno pensare ad un’energia compressa in modo concentrico e centripeto che provocherà o un’esplosione per eccessiva condensazione della sottoscritta (più dura di così?) o un repentino innalzamento ad altro livello. Non necessariamente vantaggioso dal punto di vista evolutivo.
Sparata sulla luna come un razzo a strisce bianche e rosse.

Sto scrivendo cose importantissime ma noto in me e nel mio modo di usare le parole una certa ironia, quasi un compiaciuto divertimento.
Forse perché la vita scorre. Tant’è che pubblico in diretta senza nemmeno cambiare una parola.
Vorrei dire che sono quasi felice ma temo, nel farlo, di sembrare e sentirmi pazza.
E’ un periodo di vera merda, capite? Cosa c’è da essere felici?
Che sia questa la vita?

Speleologia psichica in un qualunque pomeriggio

Il pomeriggio in casa, quello imprevisto, caratterizzato da quella meravigliosa
quota di vuoto che prende alla sprovvista, è, in realtà un viaggio pazzesco.
Mi muovo tra piccole incombenze che decido di lasciare tali e lentamente
scendo sui piani profondi di questo illusorio spazio, fisico e non.
Salgo e scendo verticalmente all’interno della sottile stratificazione delle dimensioni, con una facilità ed una velocità incredibili.
Il regno è quello del silenzio che, paradossalmente, raggiungo con l’aiuto della musica.
Di paradossi il mio stato d’essere è pieno. Mi ci sono abituata e ci trovo anche un senso ormai: non può esistere nulla senza il suo contrario.
La scoperta dell’acqua calda. Però sentirlo nella pancia è un’altra cosa.
In questi momenti c’è uno strano caos nella percezione dei piani, un fluire disordinato che mi rivela tutta la fatica e la complessità dell’organizzazione del quotidiano: cazzeggiare è splendido. E se mi arrendo, la superficie della coscienza, prima immobile per calma piatta, comincia a ribollire lentamente lasciando affiorare frammenti dimenticati.
Guardo le lenzuola da stirare e vedo l’agghiacciante forma pensiero di 30 anni fa in cui credevo di essere sola e che la sarei stata per sempre. Passo accanto al tavolo di mia madre e mi sale alla coscienza il senso ineffabile e morbidissimo di un certo amore che con lei non ha nulla a che fare. Forse.
Guardo gli angoli tra soffitto e pareti e mi vedo bambina, mentre gioco a cercare le facce nel pavimento della cucina, un conglomerato marmoreo degli anni 60.
Lavo due bicchieri e sento la soddisfazione di aver indossato un abito che mi sta bene.
Le associazioni sono apparentemente assurde e si creano in un modo che io non riesco a comprendere. Questo mi da la dimensione (infinita) di quella zona sotterranea della mia psiche per esplorare la quale darei tutto che ho.
Una delle mie fantasie più vive e ricorrenti di quando ero più giovane era quella di poter avere per un giorno l’accesso ai fondali del mare. Mi vedevo camminare sul fondo, asciutto e illuminato dalla luce del giorno, intenta ad osservare ogni frammento o oggetto presente su esso, con una curiosità micidiale ed una piccola quota di timore per paura di trovare qualcosa di brutto, spaventoso o sgradevole.
Vedevo gli oggetti o meglio, li percepivo senza saperli qualificare, identificare.
Quale metafora! Mi stavo già preparando a farmi il culo nell’esplorazione di me.

Tutto questo ragazzi, senza droghe, senza astruse tecniche psichiche o quant’altro.
Solo con il coraggio di restare sul confine tra una sottile disperazione e la gioia comunque di essere viva.

Gli strali del giovedì

Potrebbe anche essere divertente in fondo. Per chi legge, ovviamente.
Lo sapete che, come la ruota gira, la vita è ciclica e il giorno si alterna con la notte, io vivo momenti santissimi e, poco dopo, periodi di esplorazione forzata nel mio inferno personale, dove affronto a muso duro sordide emozioni e ingaggio lotte corpo a corpo con i miei soliti demoni.

Il volo non l’ho ancora spiccato, questo è chiaro. E perché?
Perché resisto con l’idea di avere un’origine a cui dedicare parte di me (una parte ho detto, non il 90% però!).
Ma questa cosa non esiste più. E io non la voglio capire.
E’ difficile per tutti prendersi la responsabilità di essere quello che si è. Molto meglio rivestire i panni del soggetto a costrizione, della vittima, dell’irrimediabilmente condizionato.
Io, nonostante le mie teorie, non la voglio proprio capire.
E il fatto che io non la voglia capire costringe la vita a farmi sparire mia madre, a svuotarmi completamente papà e non dico niente su mio fratello.
Su quest’ultimo ho delle pretese mica da ridere. Povera stella. A volte mi fa tenerezza.
In fondo lui fa la sua vita ed è assolutamente giusto così.
Anche se ogni volta che vado a far colazione mi faccio delle gran domande…
Ma sono comunque cazzi suoi. Peggio per lui. O meglio per lui. Io non posso giudicarlo.
E allora?
E allora ecco che scopriamo, dietro alla rabbia e allo scazzo, il dolore dell’antico abbandono (che si ripropone sotto mille fantasiosissimi travestimenti) e la bruciante consapevolezza di non essere ancora diventata veramente adulta.
E’ questo che mi fa male.
Finché misuro la mia entità attraverso le azioni e la presenza altrui ce l’ho nello stoppino (espressione dedicata a mia madre, che, naturalmente, non diceva mai “culo”).

La prima reazione a tutto questo è il desiderio di fuga.
Le impressioni si memorizzano e restano cristallizzate negli oggetti e nelle mura fisiche della quotidianità e io penso sempre più spesso che vorrei andarmene.
Tutte le volte che ho trascorso un certo periodo lontana dal “miei” posti, dalla mia casa, dalla mia famiglia, mi sono sentita libera. E anche cretina. Perché non essere capace di emanciparsi senza queste pseudo fughe, suona immaturo, ridicolo, cretino appunto.
Probabilmente quindi andarsene è una misura fasulla, ma come ogni buon rituale potrebbe essere una scelta utile a rinforzare il processo interiore.
L’ambiente è importante.
E’ vero che ci portiamo i mostriciattoli con noi. Ma è anche vero che se si è almeno minimamente consapevoli di questo, un’energia diversa aiuta parecchio.

Insomma molto meglio che farsi bloccare da una improvvisa e mai vista lombalgia. Tipo oggi. No?
Sarete stufi. Vado a fondermi con il divano finché non mi passa il broncio.