Senzatetto sotto il tetto

Credo sia capitato (quasi) a chiunque di fare del barbonaggio casalingo.
Che cos’è il barbonaggio casalingo?
Non mi riferisco alla sciatteria congenita di chi crede che vale la pena avere un’aria dignitosa soltanto trovandosi per forza fuori dalle proprie quattro mura o all’interno di esse al cospetto di qualche ospite, intimo o no.
Mi riferisco a certi periodi in cui per un certo motivo, l’entità dello stallo mentale o una certa condizione emozionale sono tali da paralizzare quasi ogni iniziativa.
A partire dal piacere fino ad arrivare ai doveri.
E si diventa un po’ barboni a casa propria.
I motivi possono essere diversi. Si va dal classico mal d’amore con o senza sindrome dell’abbandono, alla crisi di inerzia dettata da un’insoddisfazione più o meno generica che, in quel momento, appare irrisolvibile.
La gente per cose simili, a seconda della caratura della propria forza interiore, beve, si droga, spende tutto, mangia fino a scoppiare o non mangia affatto, trascura la casa fino a farla diventare una specie di Victoria & Albert Museum in decadenza. 
Oppure fissa il vuoto, talvolta piange e, per coerenza, si imbruttisce.
Quest’ultima terzina è la mia specialità. Insieme alla magazzinizzazione della casa, alla ripostiglizzazione globale dell’appartamento, che mi riesce bene anche in situazioni di benessere. Solo che nei momenti buoni la giustifico dicendo che sono un’artista. Che non è neanche vero.
Comunque non molto tempo fa, ho passato un breve periodo in cui il solo varcare la soglia di casa da out a in mi trasformava seduta stante in una specie di mentecatta. Al momento della transizione in – out, naturalmente, accadeva il contrario e riprendevo sembianze civili.
Alla faccia del feng shui ho cambiato l’uso delle stanze con un criterio casuale, totalmente privo di senso, ritrovandomi a fare cose in luoghi non usualmente consoni, sedendomi per terra a caso con la scusa di far giocare i gatti e, soprattutto, ho dormito per più di una settimana sul divano, con indosso una tuta, un trapuntino e qualche occasionale felino sulle gambe.
Però con la testa sempre a nord.
Ci ho messo un po’ a capire che se si non usa dormire sul divano è perché dormire nel letto è molto più comodo. Avevo i sensi un po’ ottusi, diciamo. Pero ho involontariamente infranto alcune mie maniacali abitudini. (E, per questo, non sono nemmeno morta!)
Un’altra cosa simpatica, in certi pomeriggi, è stata quella di organizzarsi la Sacra Ora per Sè (ma anche due o tre) posizionando accanto alla poltrona tutto il necessario per sprofondare nel proprio mondo interior-intellettuale ovvero libri, tablet, computer, telefoni, té al bergamotto, carte astrali, matite, fazzoletti, stufa accesa e riviste. Per poi restare incantata in un malmostoso vuoto con lo sguardo sbarrato sul niente nemmeno idoneo per eventuali meditazioni. Questo per innumerevoli quarti d’ora in cui la parola “azione” pareva scritta nel mio psicodizionario con il limone. E la fiamma lontana anni luce.

Gli effetti di questa clocharderia occasionale si vedono ancora adesso.
Perciò imbraccio lo swiffer e parto. Buona serata gatti.

Sono circondata

Ho la stranissima e, soprattutto, inedita sensazione di essere arrivata ad una specie di punto di non ritorno.
Niente di drammatico. Qualcosa di molto simile ad un punto di svolta ad angolo acuto, molto deciso e determinante per le future direzioni..
E quante volte l’ho detto, mi direte voi (che nemmeno leggete perciò
figuriamoci se dite).
Ma le altre volte erano diverse: i cambiamenti sono sempre stati, come dire, subiti.
Arrivati dal cielo (o dall’inferno), trovati per strada, calati sulla testa come da una anomala cicogna.
Stavolta invece mi trovo in mezzo ad una specie di accerchiamento perpetrato da eventi e condizioni più o meno consapevoli, adocchiati da subito e nutriti da e con il tempo.
Eventi non sufficientemente potenti da sopraffarmi ma insidiosi e costanti nel loro procedere verso di me.
Soprattutto, sono tanti.
Le minime e folkloristiche conoscenze di fisica della sottoscritta, assunte empiricamente – non senza parecchie distorsioni interpretative – fanno pensare ad un’energia compressa in modo concentrico e centripeto che provocherà o un’esplosione per eccessiva condensazione della sottoscritta (più dura di così?) o un repentino innalzamento ad altro livello. Non necessariamente vantaggioso dal punto di vista evolutivo.
Sparata sulla luna come un razzo a strisce bianche e rosse.

Sto scrivendo cose importantissime ma noto in me e nel mio modo di usare le parole una certa ironia, quasi un compiaciuto divertimento.
Forse perché la vita scorre. Tant’è che pubblico in diretta senza nemmeno cambiare una parola.
Vorrei dire che sono quasi felice ma temo, nel farlo, di sembrare e sentirmi pazza.
E’ un periodo di vera merda, capite? Cosa c’è da essere felici?
Che sia questa la vita?

Speleologia psichica in un qualunque pomeriggio

Il pomeriggio in casa, quello imprevisto, caratterizzato da quella meravigliosa
quota di vuoto che prende alla sprovvista, è, in realtà un viaggio pazzesco.
Mi muovo tra piccole incombenze che decido di lasciare tali e lentamente
scendo sui piani profondi di questo illusorio spazio, fisico e non.
Salgo e scendo verticalmente all’interno della sottile stratificazione delle dimensioni, con una facilità ed una velocità incredibili.
Il regno è quello del silenzio che, paradossalmente, raggiungo con l’aiuto della musica.
Di paradossi il mio stato d’essere è pieno. Mi ci sono abituata e ci trovo anche un senso ormai: non può esistere nulla senza il suo contrario.
La scoperta dell’acqua calda. Però sentirlo nella pancia è un’altra cosa.
In questi momenti c’è uno strano caos nella percezione dei piani, un fluire disordinato che mi rivela tutta la fatica e la complessità dell’organizzazione del quotidiano: cazzeggiare è splendido. E se mi arrendo, la superficie della coscienza, prima immobile per calma piatta, comincia a ribollire lentamente lasciando affiorare frammenti dimenticati.
Guardo le lenzuola da stirare e vedo l’agghiacciante forma pensiero di 30 anni fa in cui credevo di essere sola e che la sarei stata per sempre. Passo accanto al tavolo di mia madre e mi sale alla coscienza il senso ineffabile e morbidissimo di un certo amore che con lei non ha nulla a che fare. Forse.
Guardo gli angoli tra soffitto e pareti e mi vedo bambina, mentre gioco a cercare le facce nel pavimento della cucina, un conglomerato marmoreo degli anni 60.
Lavo due bicchieri e sento la soddisfazione di aver indossato un abito che mi sta bene.
Le associazioni sono apparentemente assurde e si creano in un modo che io non riesco a comprendere. Questo mi da la dimensione (infinita) di quella zona sotterranea della mia psiche per esplorare la quale darei tutto che ho.
Una delle mie fantasie più vive e ricorrenti di quando ero più giovane era quella di poter avere per un giorno l’accesso ai fondali del mare. Mi vedevo camminare sul fondo, asciutto e illuminato dalla luce del giorno, intenta ad osservare ogni frammento o oggetto presente su esso, con una curiosità micidiale ed una piccola quota di timore per paura di trovare qualcosa di brutto, spaventoso o sgradevole.
Vedevo gli oggetti o meglio, li percepivo senza saperli qualificare, identificare.
Quale metafora! Mi stavo già preparando a farmi il culo nell’esplorazione di me.

Tutto questo ragazzi, senza droghe, senza astruse tecniche psichiche o quant’altro.
Solo con il coraggio di restare sul confine tra una sottile disperazione e la gioia comunque di essere viva.

Gli strali del giovedì

Potrebbe anche essere divertente in fondo. Per chi legge, ovviamente.
Lo sapete che, come la ruota gira, la vita è ciclica e il giorno si alterna con la notte, io vivo momenti santissimi e, poco dopo, periodi di esplorazione forzata nel mio inferno personale, dove affronto a muso duro sordide emozioni e ingaggio lotte corpo a corpo con i miei soliti demoni.

Il volo non l’ho ancora spiccato, questo è chiaro. E perché?
Perché resisto con l’idea di avere un’origine a cui dedicare parte di me (una parte ho detto, non il 90% però!).
Ma questa cosa non esiste più. E io non la voglio capire.
E’ difficile per tutti prendersi la responsabilità di essere quello che si è. Molto meglio rivestire i panni del soggetto a costrizione, della vittima, dell’irrimediabilmente condizionato.
Io, nonostante le mie teorie, non la voglio proprio capire.
E il fatto che io non la voglia capire costringe la vita a farmi sparire mia madre, a svuotarmi completamente papà e non dico niente su mio fratello.
Su quest’ultimo ho delle pretese mica da ridere. Povera stella. A volte mi fa tenerezza.
In fondo lui fa la sua vita ed è assolutamente giusto così.
Anche se ogni volta che vado a far colazione mi faccio delle gran domande…
Ma sono comunque cazzi suoi. Peggio per lui. O meglio per lui. Io non posso giudicarlo.
E allora?
E allora ecco che scopriamo, dietro alla rabbia e allo scazzo, il dolore dell’antico abbandono (che si ripropone sotto mille fantasiosissimi travestimenti) e la bruciante consapevolezza di non essere ancora diventata veramente adulta.
E’ questo che mi fa male.
Finché misuro la mia entità attraverso le azioni e la presenza altrui ce l’ho nello stoppino (espressione dedicata a mia madre, che, naturalmente, non diceva mai “culo”).

La prima reazione a tutto questo è il desiderio di fuga.
Le impressioni si memorizzano e restano cristallizzate negli oggetti e nelle mura fisiche della quotidianità e io penso sempre più spesso che vorrei andarmene.
Tutte le volte che ho trascorso un certo periodo lontana dal “miei” posti, dalla mia casa, dalla mia famiglia, mi sono sentita libera. E anche cretina. Perché non essere capace di emanciparsi senza queste pseudo fughe, suona immaturo, ridicolo, cretino appunto.
Probabilmente quindi andarsene è una misura fasulla, ma come ogni buon rituale potrebbe essere una scelta utile a rinforzare il processo interiore.
L’ambiente è importante.
E’ vero che ci portiamo i mostriciattoli con noi. Ma è anche vero che se si è almeno minimamente consapevoli di questo, un’energia diversa aiuta parecchio.

Insomma molto meglio che farsi bloccare da una improvvisa e mai vista lombalgia. Tipo oggi. No?
Sarete stufi. Vado a fondermi con il divano finché non mi passa il broncio.

Lanternini

Troppo illanguidita dal caldo umido che mi vince 10 a 1, in questo pomeriggio insensato (che diverrebbe congruo e opportuno solo sulla curva morbida di una sdraio in riva al mare) non ho la forza di scrivere un trattato che mi sarebbe molto utile e al quale nelle ultime ore ho pensato moltissimo.
Inizierei, per oggi, con il cercarne un degno titolo:
* Il bignami delle scelte folli
* Trattato del Lanternino
* Anatomia e fisiologia della Visione con luce fioca
* Il Lanternino come strumento del Dharma
* Chi cerca troppo niente trova
* La ricerca dell’eccellenza e il pugno di mosche.

..cose così, insomma.

Perché io il Lanternino lo conosco bene.
E da tempo (mica dico balle).
Il Lanternino, come una vecchia e calda coperta (perdonate l’immagine inopportuna, data la stagione) ci riconnette al rarefatto e vaporoso senso di non responsabilità adolescenziale, quando tutto ti permetti perché hai tempo.
Quando la mamma ti dice: “ma li cerchi tutti col lanternino!” e tu non ti incazzi. Anzi, ti fa quasi piacere e sprofondi in una specie di torpido autocompiacimento che ti permette di spostare la tua Scelta a Domani.
(Quale Domani, a proposito? Se ne parlava proprio ieri o ieri l’altro).

Va bè, ve l’ho detto: fa caldo.
Ne parliamo un’altra volta, dai.

Nigredo

(lettera indirizzata ad altra anima ricercatrice di Verità, scritta nella mia massima fase Nigredo)

9.39.
E’ il numero che ho letto sul telefono stamattina appena ho aperto gli occhi.
E ho aperto gli occhi perché qualcuno mi ha telefonato dal lavoro. E meno male, vorrei dire.
In questi giorni ho tirato un po’ la corda in questo senso. Dovrei dormire di più.
Il tragitto verso l’ufficio è stato compiuto in trance come sempre. Ma con una trance diversa dal solito: non è stata solo una questione di sonno, ma ho trascinato involontariamente nel tempo un’immagine psichica che mi ha colta al risveglio.
Appena sveglia immaginando me stessa ancora addormentata, in quella terra di mezzo che separa la mente cosciente dall’immenso materiale occulto che cerco disperatamente di conoscere, ho percepito la metà di un seme dentro di me. L’ho proprio “visto”, ora sappiamo che è possibile.
E’ un dolore soffuso, omnipervadente, un accordo di fondo: un senso di separazione.
Oserei dire l’antichissimo senso di separazione che ognuno di noi ospita alle radici della parte individualizzata del proprio essere.
Mai e poi mai avrei creduto di raggiungere simili profondità e questo apre necessariamente una riflessione sofferta e ancora caotica di cui non posso più rimandarne l’inizio e che ha a che fare non soltanto con la mia vita terrena ma con il concetto stesso della mia Esistenza.

C’è sofferenza in tutto questo, una sofferenza che non procede da altro che sia all’infuori di me: si tratta di un attrito fortissimo e bruciante tra quella che sono stata fino ad ora e quella che sto diventando o magari quella che, semplicemente, Sono.
Potremmo chiamarla Opera al Nero. La Nigredo. La Morte ad opera del Fuoco Sacro.
Ed è così che io mi sento: a fuoco, bruciata, consumata in alcune mie parti che perderò irrimediabilmente, definitivamente. Sento il fumo della dissolvenza mentre rispondo al telefono, mentre parlo con un collega, mentre scrivo dei documenti, mentre mi accendo una sigaretta.
Sento il bruciore della fiamma nel silenzio di una disperata ricerca della centratura, la sento ancora di più nel momento in cui trovo la centratura.
E vedo cadere delle parti, annerite, che si frantumano via via che si allontanano da me, nella corsa verso il vuoto pneumatico del nulla che assorbe le mie scorie.

Questo bel quadretto alla mia parte di superficie piace poco.
E’ una vertigine. Una corsa a perdifiato verso non si sa cosa.
E’ una corsa in un canale velocissimo e dotato di valvole: non si torna indietro.
Sto cambiando veramente questa volta.
Penso alla morte di mia madre, alla morte – simbolica – di mio padre, alla successiva venuta dell’ennesimo maestro, severo e tuttavia amorevole, all’energia che sento scorrere in me. E vedo anche con chiarezza la necessità delle persone che mi vogliono vicina come un loro anelito di nutrimento. Che io non ho mai provato veramente bastando a me stessa, nella convinzione che così dev’essere.
Che presunzione! Gli altri vogliono nutrirsi in me e io mi basto da sola!
Mi parlavano di un masso ostruente. Il mio è così grosso?
Sta cambiando qualcosa sul serio.
Penso alla mia non-disciplina, al mio potenziale che percepisco come importante, imponente, alla mia intensa forza, all’impatto che ha sul “mondo esterno” e ai danni che può fare a causa della mia immaturità.
Penso alle cose che escono da me e che io non vedo.
Penso alla mia natura profonda che forse altri percepiscono e della quale io non sono consapevole.

Penso che ho paura di prendere senza dare niente. Altro che generoso nutrimento all’Altro.
E scopro che vorrei fare qualcosa anche per gli altri. E che forse non ne sono capace.
Penso che la mia energia spinge da dentro con violenza e io non so ancora qual’è il canale che violerà per uscire fuori nella giusta e corretta manifestazione.
Mi sono vista avvolta in una guaina. E so che la lacerazione è prossima. O forse sta già avvendendo.
Partorirsi da sé è poeticamente una figata, ma fa male tale e quale – credo – un parto biologico.

In tutto questo mi chiedo, ancora, come farebbero un ritardato mentale o un ostinato ignorante: tutto questo è reale o è un rivestimento elegante e sofisticatissimo ad opera della mia mente che cerca di raccontarsela per non permanere nella mortifera stagnazione?
O peggio: siamo sicuri che io sia una persona equilibrata?

La stanza del Caos

Adesso vi scrivo un po’ un’altra cosa da libro Cuore.
Devo svuotare la stanza del Caos. Ci metterò un tempo infinito.
Tutti hanno una stanza del Caos. La mia toglie veramente il fiato.

Certamente l’ho già scritto, ma lo riscrivo: in quella stanza ho un futon bello spesso 2 metri x 2 arrotolato, un lettino per massaggi accuratamente ripiegato, un tavolo quadrato che diventa il doppio di se stesso (e ora, ovviamente è espanso alla massima potenza), un cavalletto grande da studio in legno con quadro incompiuto e gigantesca cartella dei disegni, un cavalletto piccolo con altro quadretto incompiuto.
Io stessa sono incompiuta. Sono un po’ interrotta.
Sarà meglio che mi dia una mossa.
Nella stanza c’è anche un grande mobile a parete in cui sono occultate quantità industriali di tela e stoffa, carta, cartone, colle, nonché vernici all’acqua da esterni, scatole, vasetti di vetro, libri, ritagli di pellame, nastri di stoffa, nastri adesivi, catenelle di metallo, chiodi, ganci, cacciaviti, morsetti, martelli, metri, squadre, pinzatrici, taglierini, pinze, colori acrilici, colori ad olio, solventi, sacco a pelo, vecchia enciclopedia, guide turistiche, due vecchie lastre mediche utilizzate per aprire una serratura reticente e per togliere la polvere sotto le porte.
Mac Gyver non me la fa.

Da quando non c’è più mia madre, la stanza ha ereditato anche un mobile bianco con dentro ogni ben di Dio che va ben oltre il kit della piccola sarta, la macchina da cucire con tanto di mobiletto (aperto, con sopra un paio di jeans in fase di lavorazione).
Insomma, compreso lo stendino che va e viene ogni due giorni come sua sorella Asse da Stiro, capite bene che non ci si entra più.
E non ho nemmeno vergogna a dirlo perché io sono così.
Ora ho deciso di eliminare il mobilone che tiene troppo spazio e ha parti di se praticamente inutilizzate perché inutilizzabili. Ho trovato un brav’uomo che se lo prende come mobile per il soggiorno (perché é un mobile da soggiorno).

Insomma questa inutile e lunga premessa per dire che sono alle prese con i tessuti. Una volta cucivo.
Ora mi limito a fare la fodera ad un materassino oppure ad accorciare – di malavoglia – i jeans.
Più della metà di queste stoffe erano di mia madre e io sto facendo una fatica bestiale ad eliminare quello che, in realtà, non mi serve affatto.
Mentre faccio la scansione mi ritrovo il jeans ritagliato dalle sue gonne (“il jeans non si butta. Serve sempre”), vecchie lenzuola sbiadite che “si tengono come stracci per quando pitturi”, imbarazzanti quantità di tela di cotone bianca di una volta “che è un delitto buttare” (ma questa non la butto no).
Possibile che ogni riordino profondo sia una audace psicoterapia?
In più – come diavolo sono fatta? – saranno un paio di mesi che mi è risalita la voglia di dipingere. Andrebbe assecondata. Anche se faccio dei paciughi è e resta un’attività dello Spirito. E tutte le volte che entro in quella stanza mi dico “no, non posso. Prima devo mettere a posto”.
Come si gestiscono lo Spazio e il Tempo?
A-I-U-T-O.

Cose che ancora non capisco

Premessa: nel Giugno del 2007 a mia madre viene diagnosticata una malattia incurabile, terribile, fatale. Di quelle che se hai anche una sola speranza, nella maggior parte dei casi, significa che ti illudi.
La donna che, oltre ad avere con me il più stretto legame di sangue possibile, ha avuto e ha tuttora la mia massima stima e tutto il mio amore, mostra a noi e al mondo il suo cuore e la sua forza vivendo molto al di là delle aspettative di tutti.
Dei medici, di sicuro.
Negli ultimissimi giorni della sua esistenza terrena viene assistita anche da un gruppo di infermiere della locale ASL che si occupano dell’assistenza domiciliare. Mi ricordo i nomi di tutte. Ma il contatto cruciale, in quello che sto per dire, si chiama Michela.
Michela quasi un anno fa, mi contatta per coinvolgermi in un progetto di volontariato a favore delle persone colpite da questa malattia. Lo fa con cautela e con molto tatto pensando che per me è ancora troppo presto. Che forse non voglio nemmeno sentir parlare di Mostro. Si, “Mostro”, perché anch’io come molti rabbrividisco al solo nome e non lo pronuncio senza un certo disagio. Proprio come faceva mia madre, quando capitava di parlarne o quando si stabiliva l’offerta annuale per il sostegno della ricerca.
In realtà, dopo aver vissuto quello che ho vissuto a fianco alla persona biologicamente, affettivamente e primordialmente più legata me, credo di essere in grado di affrontare grandi cose.
Comunque, tornando alla cronologia degli eventi, posseduta dal rifiuto verso il concetto stesso di Mostro, piuttosto che dai ricordi tristi e difficili che tuttora sento riaffiorare, non mi presento nemmeno a una delle riunioni di questo gruppo che, in quel periodo, si stava pian piano costituendo. Dimenticandomene o, semplicemente, prendendola alla leggera, come se si trattasse di scegliere se andare o meno a vedere un film qualunque in una sera di noia.

Michela è tornata a proporsi qualche tempo fa.
Io ho detto di si, semplicemente. E stasera ne vengo da un incontro bellissimo che mi ha lasciato, tra tante altre cose, uno scomodo interrogativo a cui non so dare una risposta.
Ho ben compreso il senso della parola volontariato.
Volontariato è Servizio.
Quello che non capisco – per niente – è cosa c’entro io con questo concetto.
Abituata da tempo alle esplorazioni interiori, riesco ad essere abbastanza onesta da riconoscere che il Servizio non è il fattore antagonista e risanatore del senso di colpa. Non è nemmeno la strada scomoda per una sospirata e travagliata autostima. Il Servizio non è una via di fuga dalla responsabilità verso se stessi. Il Servizio non è il pretesto che sdogana un gratuito ed illusorio senso di superiorità.
Il Servizio non è il tappo per i nostri buchi, insomma.
Io mi sento ancora una persona immatura in questo senso. Egoista.
Infastidita dalle mie mancanze e dipendente dai miei bisogni.
Io mi sto chiedendo perché vado a questi incontri quando, pur essendo convinta della bontà dell’iniziativa, non sono affatto convinta dell’opportunità della mia presenza. Mi sto chiedendo cosa c’entro. Io non sono così elevata e disinteressata. Non ancora. O, comunque, non mi sembra.
Sebbene abbia avuto la fortuna di conoscere, qualche volta, la gioia di fare qualcosa per gli altri gratuitamente ed incondizionatamente, sono eternamente rosa dal tarlo del dubbio che dietro a questo mio tentativo di “dare”, ci sia ancora una bambina che mendica attenzione, amore e conferme facendo “la brava”.
Perché, certa che le cose non capitino a caso, mi sono chiesta se l’Altro veda davvero in me una risorsa utile e in che modo. E questa è la dimostrazione che il mio “servire” è ancora allo stadio di subdolo alibi: io sono una persona, un numero – nel senso buono -, forza buona per fare gruppo. Non dovrei chiedermi nulla: esserci e basta. Esserci e fare quello che serve.
La pretesa di individualizzare e specializzare la mia presenza in quel gruppo – che ha senso solo per il fatto che sono la familiare di una persona colpita dal Mostro – rivela con molta chiarezza che non sono nemmeno ancora al primo gradino di questa scala di umanità e di Amore.

Però, non posso che salire.

Casa dolce casa

Tempo fa, in un sms in cui giustificavo la mia scarsa disponibilità a causa dei troppi sospesi casalinghi, ho paragonato casa mia all’istantanea dell’universo appena dopo il Big Bang.

Ora la guardo, stazionando in mezzo a quella che dovrebbe essere la sala, con le mani sui fianchi ed un’espressione scorata e capisco che non avevo affatto esagerato con l’ironia.
La verità è che non mi piace più.
La verità è che le cose non sono al loro posto perché non hanno un loro posto.
La verità è che casa mia non l’ho fatta io.
I pavimenti non sono i miei pavimenti. 
Certe piastrelle non sono le mie piastrelle.
Casa mia è pregna di cose non mie: oggetti, sistemazioni, arrangiamenti, destinazioni ed orientamenti non sono stati scelti da me, ma da quella “me” a forma di mia madre, soprattutto, e di mio padre.
Da quella “me” scrupolosamente e vigliaccamente fedele alle radici, troppo poco coraggiosa da chiedersi come avrebbe voluto che fosse veramente la propaggine esteriore del mio essere.
Dov’è casa mia?
Dov’è la MIA casa?
E’ ancora nei nei miei recessi interiori, mai manifestata.
E il senso di smarrimento e di caos che affiora sempre più spesso non è altro che un richiamo di questa mia identità che pretende un legittimo riconoscimento.
Anche se, non voglio dimenticarlo, non è il caso di esagerare con le identificazioni.
In ogni caso meglio eccedere nell’identificazione con me stessa piuttosto che in quella con la mia famiglia d’origine.
Insomma, non si offenderà nessuno. Nemmeno mia madre.
Io temo mia madre.
Voglio essere approvata e confermata da mia madre.
Me la immagino mentre mi dice “Ma sei sema!!”: lei avrebbe cambiato tutto tutti i giorni.
Casa compresa.
Più chiaro di così.
Cominciamo ad eliminare. Yeah!
(ma quando crescerò?)