Momento Frankenstein

Seguo da qualche anno Salvatore Brizzi e la sua scuola di Risveglio.
La parola “risveglio” può far sorridere i detrattori del lavoro su di sé.
Al pari di “illuminazione” e sostantivi equivalenti, svalutati dall’abuso che se ne è fatto durante l’ultimo decennio grazie alla corrente culturale e pseudo-spirituale conosciuta universalmente sotto il roseo nome di New Age, il percorso ultrapsicologico del “conosci te stesso” espone a sguardi di sufficienza, equivoci interpretativi e, nei casi peggiori, ad una sommessa derisione da parte della maggior parte della gente.
Del resto, si sa, lavorare su se stessi è una gran fatica. E, soprattutto, spesso i risultati non sono evidenti ad un occhio esterno come desidereremmo che fosse, visto che non siamo ancora illuminati e ce ne frega parecchio del giudizio altrui, essendone noi pregni fino al midollo. Vorremmo che i frutti del lavoro si palesassero subito e in modo inequivocabile se non altro per dare un senso a tutto questo impegno che, nei momenti di crisi ci riempie di dubbio e ci porta a farci (tante, troppe) domande.
Comunque l’argomento è più che vasto e non intendo farne un trattato né farmi portavoce di esso visto che sono ancora indietro come le balle del cane – detto popolare poco elegante tipico della mia zona.

Tuttavia vorrei scrivere una riflessione che mi agghiaccia, mi disturba, mi traumatizza ogni volta. E tale riflessione riguarda il principio fondamentale su cui si fonda il concetto di responsabilità della propria vita e quindi, in un’ultima analisi, della Libertà dell’uomo. Concetto che permea totalmente il percorso della conoscenza di se e dell’eventuale cambiamento evolutivo che ad essa, se ci va di culo e siamo stati bravi, ne consegue.
Chi legge ed è qualcuno che normalmente accetta questo tipo di insegnamento senza fiatare, non si offenda per l’ironia e le battute (tipo quella contenuta nella precedente frase): la mia è un’ironia giocosa, funzionale allo scritto e un po’ narcisistica e, fondamentalmente, si tratta della mia firma, l’impronta onnipresente del mio atteggiamento salvavita.
Quindi non dissacro, ma ironizzo per non soccombere.

Tale principio è quello secondo il quale il mondo così come lo vediamo, lo percepiamo e lo viviamo, lo creiamo noi. Il mondo è la tua ombra, mi viene detto. “Cambia tu ed il mondo è costretto a seguirti”. Ovvero, il mondo è una mia proiezione.
Non voglio convincere nessuno e perciò non spiegherò cosa significa in modo approfondito questo concetto. Anche perché dubito davvero di essere in grado di farlo in modo pulito e completo. Ma, in soldoni, credo che si possa riassumere con queste parole: ogni cosa presente nella nostra vita, in qualche modo ce la siamo scelta ed è la fedele rappresentazione dei nostri contenuti interiori.
E questo ci va bene finché parliamo di automobili, borse, vacanze, tovaglie e smalto per le unghie. Quando cominciamo a mettere in ballo le persone o gli ambiti fondamentali della vita, che normalmente paiono dispensati dal caso o dal famigerato destino, il discorso cambia. Partiamo ad esempio dagli amici che possiamo sempre cercare e trovare, cambiare, lasciare. Si. Ma non è semplice, vero?
Passiamo poi per il lavoro, i colleghi, con i quali ci intratteniamo per una grande percentuale del nostro tempo. Com’è possibile che io stessa abbia “scelto” il mio capo? Proprio lui? Proprio quello li? Capite? Passiamo poi per i vari fidanzati, amanti, mariti, mogli, concubine, trombamici, etc. Per arrivare all’estremo rappresentato dai genitori e altri stretti parenti.
Qui l’illusione è ancora più spettacolare: siamo costretti ad abbandonare romantiche teorie sulle anime gemelle, e tortuose psicogiustificazioni sui bisogni, sui cliché culturali del momento e sugli innumerevoli traumi infantili che non ricordiamo ma ci devono essere per forza, vista la situazione!
In realtà, poi, queste cose che ho appena citato sono assolutamente plausibili (e anche funzionali all’evoluzione, pare) MA verificare la loro esistenza non ci consola affatto! Non basta. Non serve, in sé. Non giustifica nulla. Prima di tutto perché siamo responsabili anche di quelle. E poi perché andranno anche prese in considerazione, analizzate e studiate, ma vanno soprattutto SUPERATE.
Loro sono il passato e il passato non si può cambiare. Oggi, si, possiamo cambiare qualcosa, ma gli ingredienti sono sempre quelli. Gli esiti del passato, così come ce li troviamo in tasca. Non servono minuziose analisi: il tempo vola.
Serve una nuova ricetta con quello che si ha in frigo. Anche se quello che si ha in frigo, secondo il parere di alcuni – un parere che finisce per convincerci – è irrimediabilmente corrotto. Andato a male per illusioni, ingenuità, superficialità, egoismo, noncuranze varie e, soprattutto per una grande ignoranza.
Perciò i residui del passato non vanno rifiutati ma considerati per quello che sono: un punto di partenza che è così e resta così. Dobbiamo accettarli, farcene una ragione, integrarli ed andare oltre.
Niente scuse! “O scuse, o risultati!” (cit. T. Harv Eker).
Siamo insomma costretti ad ipotizzare e valutare il fatto che va tutto bene così com’è, perché se così non fosse, non ci troveremmo di sicuro a fianco di Tizio o in ufficio con Caio. Che quelle persone servono alla nostra crescita, che la vita ci da quello che ci serve in esatta misura, in un dato preciso modo, proprio in quell’istante.
Parliamo non solo di persone, ma anche, naturalmente, di certe situazioni, certi contesti, certi eventi o condizioni o imprevisti.
Sentirsi dire che ci siamo scelti pure quelli, in certi casi, stimola la partenza del famigerato “embolo” (cit.GG). Ce la prendiamo con la nostra anima? Ma poi, un’anima ce l’abbiamo?
Io non saprei. Dipende dal giorno in cui me lo chiedo.
Insomma, si dice quindi che certi contesti ci servivano (anche se non lo sapevamo) e ce li siamo CREATI.
A questa punto la differenza tra me e Dio è, come si dice, appunto, zero.
Difficile da mandare giù. Libertà vera! Responsabilità totale!!
E qui, per una comune impiegata statale con un universo personale grande quanto un fazzoletto, comincia il rischio follia.
Perché capita a tutti – e ci sarà una ragione anche per questo – di pasticciare un po’ con gli ingredienti e sfornare certi periodi che assomigliano a notti invernali in Transilvania.
Capita a tutti di creare inferni o mettere in piedi mostri antropomorfi che percepiamo come separati da noi. O che, se siamo proprio messi male, vediamo direttamente allo specchio in certi giorni..
Capita a tutti un periodo Frankenstein. Periodo in cui quello che crei non è molto diverso da un day after, da un diluvio universale senza arca e senza Noè, o da un morto riciclato pieno di cicatrici che hai proiettato sul povero vicino di turno, all’accensione del tuo proiettore interno.

Cosa? Devo smettere?
Troppo tardi.

Tutto questo l’ho scritto ieri pomeriggio.
Oggi aggiungo, ascoltando attentamente le parole che mi sono detta da sola attraverso il mondo esterno, che sono piena di molta più cacca di quanto credessi.

Sguardi aerei

Certe vite sono una sequenza di scelte sbagliate.
Una più una meno, cosa vuoi che sia.
Buongiorno. Si fa per dire.

Timori notturni

Questo buio stanotte è poco denso.
Non è che mi esce fuori qualche fantasmino?
Anche no, per favore.

Cosa si mangia stasera?

Certe terre promesse sono come la carota dell’asino.
Tu vai avanti e non la prendi mai.

Nel menù oggi, oltre alla carota dell’asino, abbiamo anche
la sindrome del binario, l’avvistamento della chimera,
il miraggio perfetto, l’epopea del paradosso.
E una serie infinita di rifrazioni, come di due specchi
messi l’uno di fronte all’altro, tali da portare alla follia.
Per non rischiare, vado a dormire.
Buonanotte supergatti.

I segreti della schiavitù finanziaria

Posso sfogarmi una volta ogni tanto? Si? Certo. Questo è il mio diario. 
E poi mica sono sempre al top.
Ho impiegato 15 anni a non farmi sopraffare dalle spese per ritrovarmi
oggi con un prossimo gigantesco rosso in un mese già critico di per sé.
Roba da intaccare i risparmi. Ad averceli.
Se c’è una cosa che mi fa morire di stress è questo.
Sento di nuovo quel senso di angoscioso mancamento alla sola idea di come andranno le cose nelle prossime settimane.
Faccio una vita sproporzionata al mio reddito. Punto.
Non c’è altra spiegazione. Non può esserci altra spiegazione.
Sono stressata, schiacciata, mi sento male, malissimo, 
inchiodata in un senso di eterna impossibilità.
Certo. Posso sempre RISPARMIARE. 
Fatemi capire: una volta uscivo a cena almeno un paio di volte alla settimana, cinema, palestra, giornali, aperitivi, lotto, stupidaggini e cazzeggi vari.
Adesso dico, ADESSO, dove vanno?
Ora mi chiudo in casa, non faccio colazioni fuori (cioè, mi alzo alle 5?),
vado a fare la spesa solo al discount, spengo le luci, smetto di fumare (anche questa l’ho già sentita dire), vedrò di non perdere mai più il treno, e di limitare l’uso dell’automobile ad un solo viaggio per settimana. Se proprio è necessario.
Basterà? NO. Perché in questa florida situazione ho anche avuto il coraggio di prendermi impegni che non posso mantenere.
Sono caduta nella trappola del Vorrei Ma Non Posso! Che stupida.
Sono un’idiota.
(e, oggi, anche un po’ nervosa…)
Va be’. Per la legge di compensazione, il prossimo articolo sarà angelico, dai.

Senzatetto sotto il tetto

Credo sia capitato (quasi) a chiunque di fare del barbonaggio casalingo.
Che cos’è il barbonaggio casalingo?
Non mi riferisco alla sciatteria congenita di chi crede che vale la pena avere un’aria dignitosa soltanto trovandosi per forza fuori dalle proprie quattro mura o all’interno di esse al cospetto di qualche ospite, intimo o no.
Mi riferisco a certi periodi in cui per un certo motivo, l’entità dello stallo mentale o una certa condizione emozionale sono tali da paralizzare quasi ogni iniziativa.
A partire dal piacere fino ad arrivare ai doveri.
E si diventa un po’ barboni a casa propria.
I motivi possono essere diversi. Si va dal classico mal d’amore con o senza sindrome dell’abbandono, alla crisi di inerzia dettata da un’insoddisfazione più o meno generica che, in quel momento, appare irrisolvibile.
La gente per cose simili, a seconda della caratura della propria forza interiore, beve, si droga, spende tutto, mangia fino a scoppiare o non mangia affatto, trascura la casa fino a farla diventare una specie di Victoria & Albert Museum in decadenza. 
Oppure fissa il vuoto, talvolta piange e, per coerenza, si imbruttisce.
Quest’ultima terzina è la mia specialità. Insieme alla magazzinizzazione della casa, alla ripostiglizzazione globale dell’appartamento, che mi riesce bene anche in situazioni di benessere. Solo che nei momenti buoni la giustifico dicendo che sono un’artista. Che non è neanche vero.
Comunque non molto tempo fa, ho passato un breve periodo in cui il solo varcare la soglia di casa da out a in mi trasformava seduta stante in una specie di mentecatta. Al momento della transizione in – out, naturalmente, accadeva il contrario e riprendevo sembianze civili.
Alla faccia del feng shui ho cambiato l’uso delle stanze con un criterio casuale, totalmente privo di senso, ritrovandomi a fare cose in luoghi non usualmente consoni, sedendomi per terra a caso con la scusa di far giocare i gatti e, soprattutto, ho dormito per più di una settimana sul divano, con indosso una tuta, un trapuntino e qualche occasionale felino sulle gambe.
Però con la testa sempre a nord.
Ci ho messo un po’ a capire che se si non usa dormire sul divano è perché dormire nel letto è molto più comodo. Avevo i sensi un po’ ottusi, diciamo. Pero ho involontariamente infranto alcune mie maniacali abitudini. (E, per questo, non sono nemmeno morta!)
Un’altra cosa simpatica, in certi pomeriggi, è stata quella di organizzarsi la Sacra Ora per Sè (ma anche due o tre) posizionando accanto alla poltrona tutto il necessario per sprofondare nel proprio mondo interior-intellettuale ovvero libri, tablet, computer, telefoni, té al bergamotto, carte astrali, matite, fazzoletti, stufa accesa e riviste. Per poi restare incantata in un malmostoso vuoto con lo sguardo sbarrato sul niente nemmeno idoneo per eventuali meditazioni. Questo per innumerevoli quarti d’ora in cui la parola “azione” pareva scritta nel mio psicodizionario con il limone. E la fiamma lontana anni luce.

Gli effetti di questa clocharderia occasionale si vedono ancora adesso.
Perciò imbraccio lo swiffer e parto. Buona serata gatti.

Stormi di uccelli neri

Come esuli pensieri, andare e ritornar.
L’analogia carducciana, nell’atmosfera un po’ fosca e tendenzialmente centripeta ed introvertita dell’autunno, tinge di nero il pensiero che invece potrebbe essere anche colorato, soffice come le nuvole, cangiante come arcobaleni, grande, piccolo, tondo o tagliente, denso o rarefatto.
Degli uccelli il pensiero ha un tratto caratteristico: l’organizzarsi a stormo. Branchi di creature che si uniscono per similitudine, per natura. Gruppi di sostanze assonanti, qualità affini, enti che sorgono da uno stesso terreno energetico.
E quando l’aggregazione che accade si palesa alla nostra coscienza a causa di un improvviso richiamo, uno stimolo ad essa armonico apparentemente casuale, abbiamo la tale giornata. Quella “si” perché galleggiamo su di un aggregato costruttivo, sereno e intriso di entusiasmo, quella “no” perché ci facciamo fagocitare da un stormo di uccelli nerissimi guidati da un paio di spietati rapaci che ci sfibrano il cuore con quei terribili becchi aguzzi.

La maggior parte delle volte però, nelle consuetudini del quotidiano, nel cielo della nostra veglia cosciente passano distrattamente solo alcuni uccellini. Alcuni da soli, altri a coppie o piccoli gruppi. Volteggiano senza una precisa direzione, troppo vaghi per richiamare un movimento corposo o una tendenza realmente migratoria che vira verso le terre calde della congestione emozionale.
Pensieri singoli che sorgono come piccoli funghi da un terreno occulto, nascosto dal fogliame del sottobosco, che ad una attenta ispezione si rivela organizzato da invisibili linee che erroneamente chiamiamo destino.
Di ispezioni però ne abbiamo anche fatte troppe e allora, mente i motorini sfrecciano a lato della mia auto, mentre un debole vento entra dai finestrini portandomi in dono il profumo del mare, mente l’azzurro mi entra dagli occhi e si impossessa del mio corpo facendomi percepire la vibrazione della vita che elettrizza le mie cellule, io guardo come un qualunque spettatore il mio cielo personale. Un cielo luminoso, a tratti invece oscuro, comunque pieno di vita, di cose che sfrecciano veloci, di cose che arrivano, di cose che vanno, di cose che restano.

Penso ai miei gatti, a quell’aria che hanno di chi ha la saggezza incisa sulle ossa. Penso all’essere fedeli alla loro natura, come lo sono tutti gli animali, e alla naturalezza con cui chiedono il cibo e l’amore.
Penso alla polvere che ho sui mobili, le cose da lavare, la terrazza da ripulire.
Penso alla mia casa come ad una precisa radiografia di ciò che io stessa contengo e dei modi in cui io organizzo me stessa e le cose della mia vita.
Mi vengono in mente gli accumuli reiterati e il raptus folle con cui li stermino una volta raggiunto il massimo punto di tolleranza.
Penso all’abbondanza delle cose, soffermandomi su tutto ciò che vedo lungo il tragitto.
Penso alla straordinarie leggi fisiche che permettono all’acqua di rendere il mare blu e alll’atmosfera di rendere il cielo azzurro. 
Gialli o rosa non sarebbero stati la stessa cosa.
Ma forse ci sarebbero piaciuti ugualmente, se fossero sempre stati così.
Penso – capisco – che quindi alcune nostre caratteristiche e certe nostre istanze sono figlie del contesto e non una maledizione o una fortuna.
Penso che tutto è davvero semplice.
E penso che la nostra mente, indispensabile mezzo di decodifica, santa interfaccia per poter vivere il mondano, a volte è proprio un aguzzino.
Penso ad una pianta, trapiantata, spostata e raddrizzata con un bacchetto. Lei cerca la luce e si curva naturalmente verso una delle sue preziose fonti di sostentamento, verso ciò che desidera, e noi la raddrizziamo con un bacchetto! Destinandola ad una tensione per il resto della sua esistenza. Penso che la tensione si trasforma in status, in una nuova forma, dal momento che, come ogni cosa, in natura essa si adatta per sopravvivere. Penso che però non sapremo mai come sarebbe stata altrimenti.
Penso a chi dice che il petrolio finirà. Penso che il petrolio inquini.
E che le energie ecosostenibili non saranno mai alla portata di tutti.
Penso che la verità non la sapremo mai. E che la ragione ce l’abbiamo tutti. Oppure non ce l’ha nessuno.
Penso che lo sgomento vero di chi si pone quesiti esistenziali, sia una folle paura nel rendersi che la relatività regna sovrana e che ognuno di noi produce un intero universo, nello stesso istante in cui si fa una domanda ad esso pertinente.
Che i binari della sicurezza e non esistono per nessuno e ciò che noi cerchiamo quando parliamo di libertà, è già presente nelle nostre vite e nelle nostre coscienze, ma non sappiamo sostenerlo.
Barcolliamo alla vista dell’assoluto relativo (mi si perdoni il gioco di parole), al nostro totale potere soggettivo, e poi giochiamo alla Spiritualità vaneggiando di ricerche dell’Assoluto vero.
Siamo abbastanza ridicoli.
Oggi, una volta alla sbarra del cortile dell’ufficio, ho capito qualcosa di più del famoso motto dell’Oracolo di Delfi.
Conosci te stesso. 
E visto che non sei un fosso, smetti di evitarti.

Ipotesi

Lascia tutto e seguimi.
Lascia tutto e seguiti.

Le stelle

La sera, prima di andare a dormire – e questo succede in ogni stagione –
vado fuori sulla terrazza a fumarmi l’ultima sigaretta della giornata.
Mi siedo sulla panchina e guardo il cielo.
Sere come quella di oggi, sono sere fortunate: il cielo ha un neroblu preciso,
lucido e le stelle sono ben visibili.
Potrei dar loro uno sguardo senza fine.
C’è una specie di respiro interno che comincia, ogni volta che guardo una stellata.
Non è una cosa che ha a che fare con l’aria fisica.
E’ una sensazione che mi ricorda qualcosa, una specie di movimento traslatorio fisicamente impossibile ma verosimile se penso al senso di me.
Come se fosse la remota memoria di uno spostamento di coscienza.
Una sensazione totale, viscerale, primordiale.
Ogni volta in cui mi accade riconosco che godere di quella vista da sola,
per quanto sia un’esperienza magnifica, è una specie di dono mancato.
Quelle stelle di luce antica e noi che viaggiamo a folle velocità.
Sta lì il senso degli attimi che non tornano.
E che non ti ho dato.
E che tu non hai potuto dare a me.

Il bozzolo infame

“Un giorno apparve un piccolo buco in un bozzolo; un uomo che passava per caso
si mise a guardare la farfalla che per varie ore si sforzava per uscire da quel piccolo buco. Dopo molto tempo sembrava che il buco fosse sempre della stessa dimensione
e che la farfalla si fosse arresa. Sembrava che la farfalla ormai avesse fatto tutto quello che poteva e che non avesse più la possibilità di fare altro.
Allora l’uomo decise di aiutare la farfalla: prese un coltellino e aprì il bozzolo.
La farfalla uscì immediatamente.
Però il suo corpo era piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento.
L’uomo continuò ad osservare sperando che, da un momento all’altro, le ali della farfalla si aprissero e fossero in grado di sostenere il corpo. E che la farfalla cominciasse finalmente a volare.
Non successe nulla. In quanto la farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per terra con quel corpo ancora rattrappito e le ali poco sviluppate.
Non fu mai capace di volare.
Ciò che quell’uomo, con il suo gesto di gentilezza e l’intenzione di aiutare, non capiva, era che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario perché la farfalla potesse irrobustire e completare lo sviluppo delle sue ali, cosicché essa potesse volare.
Era il modo in cui Dio la faceva crescere e sviluppare.”