Speleologia psichica in un qualunque pomeriggio

Il pomeriggio in casa, quello imprevisto, caratterizzato da quella meravigliosa
quota di vuoto che prende alla sprovvista, è, in realtà un viaggio pazzesco.
Mi muovo tra piccole incombenze che decido di lasciare tali e lentamente
scendo sui piani profondi di questo illusorio spazio, fisico e non.
Salgo e scendo verticalmente all’interno della sottile stratificazione delle dimensioni, con una facilità ed una velocità incredibili.
Il regno è quello del silenzio che, paradossalmente, raggiungo con l’aiuto della musica.
Di paradossi il mio stato d’essere è pieno. Mi ci sono abituata e ci trovo anche un senso ormai: non può esistere nulla senza il suo contrario.
La scoperta dell’acqua calda. Però sentirlo nella pancia è un’altra cosa.
In questi momenti c’è uno strano caos nella percezione dei piani, un fluire disordinato che mi rivela tutta la fatica e la complessità dell’organizzazione del quotidiano: cazzeggiare è splendido. E se mi arrendo, la superficie della coscienza, prima immobile per calma piatta, comincia a ribollire lentamente lasciando affiorare frammenti dimenticati.
Guardo le lenzuola da stirare e vedo l’agghiacciante forma pensiero di 30 anni fa in cui credevo di essere sola e che la sarei stata per sempre. Passo accanto al tavolo di mia madre e mi sale alla coscienza il senso ineffabile e morbidissimo di un certo amore che con lei non ha nulla a che fare. Forse.
Guardo gli angoli tra soffitto e pareti e mi vedo bambina, mentre gioco a cercare le facce nel pavimento della cucina, un conglomerato marmoreo degli anni 60.
Lavo due bicchieri e sento la soddisfazione di aver indossato un abito che mi sta bene.
Le associazioni sono apparentemente assurde e si creano in un modo che io non riesco a comprendere. Questo mi da la dimensione (infinita) di quella zona sotterranea della mia psiche per esplorare la quale darei tutto che ho.
Una delle mie fantasie più vive e ricorrenti di quando ero più giovane era quella di poter avere per un giorno l’accesso ai fondali del mare. Mi vedevo camminare sul fondo, asciutto e illuminato dalla luce del giorno, intenta ad osservare ogni frammento o oggetto presente su esso, con una curiosità micidiale ed una piccola quota di timore per paura di trovare qualcosa di brutto, spaventoso o sgradevole.
Vedevo gli oggetti o meglio, li percepivo senza saperli qualificare, identificare.
Quale metafora! Mi stavo già preparando a farmi il culo nell’esplorazione di me.

Tutto questo ragazzi, senza droghe, senza astruse tecniche psichiche o quant’altro.
Solo con il coraggio di restare sul confine tra una sottile disperazione e la gioia comunque di essere viva.

Io creo la mia realtà

Ma evidentemente, o non ho buon gusto, o il mio inconscio ospita aspetti orripilanti.

Pioviggina, com’è giusto che sia a Novembre.
Giove e Lilith, per non parlare di altri molto più noti, si stanno dando da fare.
E se prendessero due giorni di ferie, non ci dispiacerebbe.
Ma è meglio continuare così, in quinta marcia, appena sopra i limiti di velocità:
uno zampino nel rischio, ma si arriva prima.

Il mondo “fuori” insiste nel suo procedere ostico, sempre più violento,
sempre meno accomodante.
Non mi rimane che ritirarmi un attimo chez moi.
E ascoltare il mio ginocchio sinistro che canta incessantemente il suo monito.
E esercitare la volontà nonostante mi renda conto che questo dispiace alla solita “me” infrattata nei paesaggi subcoscienti in compagnia di feroci fiere, insetti minacciosi e violentissimi temporali.
Chissenefrega.
Buonaserata ai pochi impavidi che leggono.

A volte ritornano

E invece no.
Sono già momentaneamente rimersa.
C’è qualcosa dentro di me che se ne strabatte delle identità zombie, di quelle ferite, di quelle distorte, e che sempre più rapidamente riemerge in contesti di questo genere.
Gli ambiti roventi persistono ma ora posso entrarvi e uscirne più o meno con una certa disinvoltura.
Questo è magnifico.
Sento di dover essere grata a tutti coloro che hanno scritto i libri che ho letto, a tutti coloro che hanno condotto i corsi che ho frequentato, a tutti coloro che per amicizia hanno ascoltato e discusso le mie parti tormentate.
A tutti coloro che sono arrivati da me nel momento giusto e hanno fatto con me e per me le cose giuste per quel momento.
Voglio dire grazie a chi con estrema generosità divulga conoscenze utili e la propria condivisibile esperienza chiedendo in cambio un corrispettivo modesto se non addirittura nulla.
Dico grazie a chi ha investito in me, a chi pur credendo di non fare nulla permane a fianco a me, a chi non mi farebbe mai entrare ma tuttavia apre la porta ogni volta che busso.
A tutti dico con estrema sincerità e con tutto l’impegno di cui sono capace che i loro doni non andranno perduti.
Dovessi metterci una vita.

Il mortaio

Al posto dei sogni una visione lucida e pacata.
Un fiume largo, profondo, possente scorre.
Ne osservo la superficie mentre respiro piano.

La crepa interna si allarga e l’idea di riunire le due parti
mi pare sempre più un’utopia.
Se penso all’acqua capisco come andrà a finire.
E’ necessaria una finissima frantumazione, una polverizzazione.
Una riduzione in flusso.
I cocci riaccostati non faranno mai un intero.
C’è sempre una scheggia mancante, si sa.
Mi piace che nella vita c’è sempre un modo per uscire dal pantano.
E precisamente, non stagnare è muoversi.
Non dico che non faccia male, anzi.
Prendete un martello e sminuzzatevi finemente.
Idealmente, rendere al solido le peculiarità del liquido.
Insomma non è un affare da poco.
Destrutturarsi e reinventarsi.
Non replicare.
In ogni caso non fissarsi più in alcuna forma (illusoriamente) definitiva.
A volte mi chiedo chi me lo fa fare.
Poi ridivento seria e ringrazio di essere così.
Non sono mica l’unica che si fa il culo.
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Intanto sono le 02.08 del 13. E sono uscita dal tunnel.

Il gioco di Dio

Dicevo altrove, tutti gli anni la stessa storia.
La cosa che mi pesa di più è l’impormi un comportamento consono all’occasione, quello che gli altri si aspettano o quello che CREDO gli altri si aspettino.
Non è nemmeno tanto il fatto che non c’è più quel pranzo rassicurante
con le cose di tutti i giorni, con la torta di mia madre, piuttosto che
quella mezz’ora pomeridiana in cui si anticipava il rituale tipico del giorno di Natale:
il sonnecchiamento sul divano di casa, nel caldo abbraccio delle radici familiari.
Questo tipo di festeggiamento, pur da superare e trascendere prima o poi, mi piaceva.
Comunque non è questo. Non solo, ahimé.
E’ che ogni volta che il calendario mi ricorda la partenza di questa mia esistenza ho un senso di disagio inevitabile e puntualissimo. Un disagio bruciante, complesso, difficile da spiegare e da capire, impossibile da condividere senza sembrare in preda ad una qualunque forma di depressione o alla banale e cinematografica angoscia del tempo che passa.
Il viale del tramonto su di me non fa presa.
Più che altro incidono gli ingredienti non utilizzati e lasciati, come dire, scadere.
Incide lo spreco, l’incapacità mostrata, lo sguardo al passato.
Che non esisterà ma fa il suo danno nel momento in cui lo prendo in considerazione.
Incide, sopra ogni cosa, un presente ancora sempre troppo spesso insoddisfacente.

Sono molti i fantasmi tirati in ballo. Li ho identificati con una certa precisione, li conosco bene e non voglio, né in questa sede né in altra, illustrarli, benché la mia analisi sia precisa, lucida ed efficace come sempre.
Sarebbe l’ennesima esplorazione capillare di un Essere che ora voglio portare alla sintesi e ad un consapevole agire.
Ciò che veramente mi fa friggere è che in questa occasione non me la cavo bene nemmeno “fuori”.
Di solito, avendo una buona conoscenza della forma, riesco a creare una salvifica discrepanza tra come mi sento dentro e come appaio fuori.
Qui non funziona quasi mai.
Normalmente non vedo l’ora che finiscano gli eventuali festeggiamenti, non vedo l’ora che le 00.00 del giorno successivo mi permettano un profondo sospiro e cose di questo genere.

Liberarsi del proprio genetliaco.
Quel giorno in cui una volta mi sentivo speciale e senza alcun dubbio reclamavo il diritto e celebrare la mia comparsa in questa sfida avvicente, difficile e a tratti gratificante.
Credo che questa lunga fase di avversione ad un naturale e legittimo atto di autocelebrazione, prima o poi svanirà. Più velocemente di come è comparso.
Ma intanto ci siamo ancora dentro.
Credo sia questo il momento adatto di ricordarmi che anch’io sono Dio.
E la mia comparsa fa parte del gioco.
E allora giochiamo.

Cavolo!

Monitoravo le Blog Stats per beccare il diecimillesimo visitatore dal
settembre 2009 e stamattina vedo già 10.005.
Pur considerando che forse 1/4 delle visite sono di me stessa medesima,
tanto per essere onesta, direi che resta comunque un dato stupefacente.
Grazie pazzerelli..

Micini 2

Ma cosa sono tutti questi baffi? Baffa! Sei una baffa! BAFFA! BAFFA! Si! Sei una baffa!

Sei morbida come la luna piena

Ma che belle unghiette!Te le mordo tutte queste unghiette… Eh? Te le mordo? Te le mordo queste unghiette?

Di chi sono sti zampini?
Sono di Micini!

Non commento nemmeno.

Formichine di rovere

Bruciare ancora

Dicono che per crescere e cambiare ci voglia l’attrito.
Io sto facendo scintille in questo senso.
Spero vivamente serva a qualcosa.

E’ impensabile

Che io permetta a chicchessia di farmi sentire incerta, mancante, colpevole.
In una parola, sbagliata.
E’ impensabile che io sia ridotta ai minimi termini da un sistema.
Non so quanto ci metterò.
Ma ne uscirò.
Perché dipende TUTTO da me.