Qualcosa di eroico, essenziale, rude e sacro

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C’è il temporale.
Sono seduta sullo scagnetto*, appena fuori dalla grande portafinestra della cucina.
Mi fumo la sigaretta del dopocena e non penso nemmeno molto, a dire il vero.
Sento i tuoni. In un certo senso li contemplo.

Il chiarore, il rumore, l’odore dell’aria. Il profilo scuro delle case di fronte.
Il riflesso delle luci di qualche giardino sulle gocce della ringhiera.
Sento dentro cosa succede.
Succede che non ho alcun motivo per essere contenta ma sento sorgere un sommesso e crescente piacere che si diffonde.
Un senso di appagamento primitivo. Il temporale, i tuoni, lo scroscio della pioggia.
C’è un qualcosa che sa di cuccia in tutto questo.
Che non è solo il pregustare l’infilarsi a letto.
È una sede psichica primordiale. Una cuccia cosmica.
Qualcosa di eroico, essenziale, rude e sacro.
Ma anche un abbraccio selvaggio e definitivo, una comunione con tutto, una ramificazione infinita. Un senso ancestrale di casa.

Sia il fulmine la misura del mio scatto in avanti.
La differenza di potenziale che anziché bruciarmi, mi incendierà dentro rendendomi finalmente radiante.
Una stella.
Non più solo uno stupido parafulmine.

*scagnetto: sgabellino in legno.

Uccellini

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È il titolo di una raccolta di racconti erotici della mia amata Anaïs Nin.
Ma è anche la mia nuova passione ‘animale’.

Comunque mi esprima, dire questo senza cadere nel gergo popolare in cui questi animaletti fanno la parte del pisello (scelgo la versione vegetale, per farmi capire) è praticamente impossibile.
Immaginate dire “ultimamente mi sto appassionando agli uccelli?”.
Se mi va bene, potrebbero rispondermi “e fino ad ora, cosa facevi?”.
Non è il caso di continuare.

Trovo che siano delle creature meravigliose e non so perché non me ne sono accorta prima.
La sensibilizzazione alla bellezza di questi piccoli cuori che salpano il cielo, ho pensato recentemente, è iniziata con un sogno.
Un sogno strano, in cui c’erano un sacco di uccellini con le ali doppie.
Lasciamo stare cosa possano significare. Non saprei. Anzi se qualcuno ha qualche idea, libero di aiutarmi a capire.

Qui dove vivo ora c’è ne sono moltissimi.
Mi affascina, probabilmente, la loro abilità di vivere nell’unico elemento di natura con cui non ho confidenza.
La più impalpabile delle materie, che mi appare come un immenso contenitore di tutto ciò che ancora non conosco.
La controparte fisica di quel regno in cui sono presenti tutte le cose che accadono e che a me non sono ancora accadute o di cui non mi accorgo.

Mi affascina la loro piccola dimensione, la loro apparente delicatezza. Una forma piumata, affusolata e palpitante, che si esprime in velocissimi movimenti, come se il tempo per loro si svolgesse ad una velocità diversa. Ed è così.
Come se vivessero in un ologramma del mondo miniaturizzato, in un’onda vibratoria ad alta frequenza, tra le onde vibratorie di tutto ciò che c’è.

Mi affascina il loro canto senza il quale il mondo fuori dalla finestra, sembrerebbe morto.

Mi rassicura vederli volare in lontananza, stagliati nell’azzurro o nel bianco lattiginoso delle nuvole.
Mi incantano gli stormi, forme collettive che rivelano un’intelligenza superiore e una sincronia armonica che segue leggi invisibili, ma per questo non reali, di Natura.
Manifestazione fisica di qualcosa di decisamente superiore.

E allora cosa siamo noi!

Oggi sono romantica da diabete.

Verde negativo

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Ok. Va bene. Ho fatto una stronzata.
Beh? Voi non sbagliate mai?
Che poi non è del tutto così, ma tra poco ve la spiego.

Insomma, anche se alcune persone che mi conoscono non la pensano così, in questi mesi sono decisamente uscita dalla mia zona comfort, come si dice negli ambienti di crescita personale. Che peraltro, ormai, mi hanno sfrangiato minuziosamente le ovaie.
Perché più che crescere, dietro a tutte quelle belle parole, io sono caduta.
Attenzione non sto parlando del trasloco.
In se, quella è stata una delle mosse più utili che mi sia mai capitato di fare.
Parlo di tutto ciò che lo spostamento ha comportato e anche di tutto ciò che ha comportato lo spostamento.
Se la mia esposizione si avvale di questi giochetti di parole, se non sono semplice e lineare (quando mai), se sono didascalica e pesante, pazienza.
Ci sono altri blog meravigliosi in giro per la rete.
Questo è il mio diario e siamo al giorno 349 dall’ictus psicologico e al giorno 216 dall’inizio dei suoi esiti. E io voglio scrivere.

In attesa che prenda il coraggio di abbandonare definitivamente questo blog per aprirne un altro, esattamente come vorrei aprire un altro capitolo del mio divenire, faccio ancora qualche rantolo qui sopra. Intanto qualcuno mi aiuti a trovare un titolo decente per quello nuovo.

In questi giorni ho compreso profondamente perché alcune persone si danno all’alcool, al Prozac, allo shopping compulsivo – che gradirei parecchio ma che non è, al momento, alla mia portata – alla droga, o alla svendita sentimentale e sessuale.
Con tutte le esistenti vie di fuga dalla realtà percepita come avversa, io non riesco a prenderne nemmeno una.
Allora ho pensato di fare la parte dell’eremita.
Che oltre a starmi malissimo, mi fa anche malissimo.
Però mi da il tempo per ristrutturare cose piuttosto importanti.
Tra queste, la scala dei valori e quindi delle priorità.
Al vertice dei valori, nonostante il fallimento che sento di vivere, lascio la Fides: su questa non mollo. Chi non la capisce per il verso giusto, si prenda un libro sull’antica Roma, che io sento cos’è ma non ve la so spiegare.

Dopo il rimpasto della classifica, il compito più importante e più sensato è quello di strapparmi di dosso tutto ciò che non è mio e vedere un po’ cosa rimane.
E’ una cosa difficilissima!
Per fare questo ci vuole silenzio.
Silenzio e faccia da culo.
E riguardo a quest’ultima, come è già noto invece per quanto riguarda il silenzio, nonostante le apparenze, faccio molta fatica.

Come una goccia d’olio motore in una pozzanghera, le conseguenze della mia genialata si sono espanse velocemente a 360 gradi, impestando tutta la mia superficie che si è ritrovata a riflettere tutto lo spettro della luce visibile e non.
Con netta predominanza del cosiddetto verde negativo.
Per sapere cos’è, fare ricerchina su google e scoprire che in radioestesia e altre simili pseudometapsicoscienze, rappresenta la frequenza mummificante contenuta nella piramide di Cheope che restringe, solidifica, affila, riduce. Un Satvrnvs delle frequenze. Che poi anche Saturno stesso, in effetti, ora….. Ma non credo vi interessi l’astrologia.
E forse nemmeno il processo di mummificazione.
Si vede che non siete egizi nemmeno un po’!

Di tutte le restrizioni subite (o scelte, decida di chi sta leggendo, a seconda del suo credo o della sua filosofia di vita) l’unica che mi sta particolarmente bene è quella del peso.
Il resto, anche no.

Date le mie recenti nuove abitudini, ho già scritto troppo.
Anzi, ho persino esagerato.
Attendo suggerimenti per il nome del nuovo blog.

Però che bello. Sono le 21. Sono sulla terrazza. Non è ancora proprio buio.
Non fa nemmeno freddo.
E c’è un cielo di un bello che ha senso esserci solo per guardarlo.
Ciao gattacci.

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Frasario

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Due violente febbri in due mesi valgono più di mille parole.

Ogni scelta è un bivio. Andare in una direzione piuttosto che in un’altra mostra il ramo in cui andrai a fiorire. O a cadere.

Mi manca la famiglia come ogni volta in cui sto male. Pensare che quando mia madre telefonava per dirmi che sarebbe passata da me a portarmi qualcosa le dicevo di no, che me la sarei cavata. Cose di ordinario karma.
So che stai ridendo. O almeno, lo spero.

Tra tutti i colori che potevano mancarmi, proprio il bianco. Scrivo sulla lista della spesa ‘acrilico bianco’. E vermiglione, anche.

Ho disegnato un cuore. Ma il rosso è sullo sfondo. Come a dire che le quattro camere potrebbero anche essere vuote. Oppure che, invece, funziona benissimo e lo spazio circostante ne è totalmente interessato. E nutrito.

Scegliere il deserto ha un senso.
Se si è svegli e consapevoli.

Il senso di colpa è un cane che morde i polpacci. O una debolezza che tira giù lo sterno.

C’è il pentimento infuocato di non aver saputo fare, accorgersi ed essere.

I gatti sono intelligenti e generosi.
Si prendono cura di me.

Esistono misteri insondabili. Inutile razionalizzare all’inverosimile o cimentarsi in una magia che ancora non ci appartiene.

L’utero è l’ultimo organo a dissolversi. Perché suo compito è proteggere la vita.

Fernando Pessoa, con il suo Libro dell’Inquietudine, è solo arrivato prima. Ma scriveva comunque meglio. Naturalmente.

Ci sono pensieri passerotti, pensieri gazza, pensieri corvi. Rarissimi pensieri aquila.
Ci sono ragnatele da rompere con un rametto di nocciolo.

Le impressioni della mente non sono reali. Reale è il gatto che lecca l’orecchio all’altro, il tasso di umidità dell’aria, la mia carne che si muove, respira, memorizza e rilascia informazioni al resto del mondo.

Questa casa mi piace. So che la lascerò. Al momento è l’ideale. Rimbalzo più facilmente in un ambiente stretto. Il processo è più veloce anche se non proprio gradevole.

C’è abbondanza ovunque. Spesso non riesco ad uscire dalla mia visione ristretta e lo dimentico.
L’aver aumentato, con azioni avventate e illusorie, la sensazione di mancato agio, mi soffoca.
‘Qui dentro’ c’è tutto quel che mi serve.

La febbre sta diminuendo. Non posso appellarmi ad essa per le qui presenti illustrazioni del mio pensiero. Che ha cominciato a stufarmi.

Blackbird

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Certo che se è per scrivere queste cose, potrei anche farne a meno.
Comunque, a dispetto dell’apparenza, quello che che sto per raccontare è un bel segno.
Esco trafelata stamattina e davanti alla porta di ingresso del mini condominio dove abito, vedo una cosa nera per terra. Uno straccio. Forse un calzino.
Ma no, non ci sono panni stesi lì sopra. No, è più grosso di un calzino.
Mi avvicino, un uccello. Un uccello nero.
Immobile.
Lo tocco con la punta dello stivale, che nel caso di movimenti repentini ed inaspettati mi fa più paura la vita della morte. Ma no.
È morto.
Non si può dire che possa facilmente sembrare un bel segno, no?
Un uccello nero. Un uccello morto.
Uccello nero portatore di sventura.
Uccello morto portatore di sventura (vicino a casa poi, il pronostico è agghiacciante).
Ma se la matematica volesse venirmi in aiuto, nella semplificazione dei rapporti simbolici, ed energetici, e archetipici di questo mai abbastanza sondato Universo, meno più meno fa più.
(E anche oggi sono riuscita ad rifilarvi un mini giochetto di parole).
La strega, il messaggero dell’ombra, l’inquietante presenza oscura sul ramo all’imbrunire, il pericolo incombente, la sventura, il monito sinistro, l’uccello nero insomma. Morto.
Finito, basta, kaputt.
Si, con un certo protagonismo, direi.
Ha voluto farsi vedere.
Dovevo essere io la prima a vederlo, davanti all’uscio di casa?
Forse non sono stata la prima, ma il messaggio è per chi lo legge.
Di sicuro nessuno prima di me lo ha degnato di sufficiente attenzione.
Su quelle chiare piastrelle era ancora più desolante che mai.
L’ho messo in mezzo al campo.
È vero che mi capita di tutto pur di non essere puntuale in ufficio.
Ma la sepoltura dell’uccello nero alle 07.50 mi pareva troppo.
Povero merlo.

Alla conquista della realtà (tequila boom boom)

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Dopo l’abbuffata di spiritualità prêt à porter, naturalmente adesso ho la saturazione. Mi sento come quei bicchieri di tequila con il sale sul bordo.
Ecco, la piena si è sgonfiata, tutto si è seccato ed è rimasto quel fastidioso esito cristallino che è il mio impegno prima disperso poi condensato, infine sprecato e privato dei principi vitali.
Bere al bicchiere della vita e sputacchiare quegli inutili granuli che bruciano le labbra. Bruciano come tutti i fallimenti e gli sforzi inutili.
Adesso non esageriamo. In realtà a qualcosa tutto questo è servito.
Ma come in un buon sugo (non so se potrò mai fare a meno di metafore) che va ridotto, resta il meglio solo ed esclusivamente dopo una lunga e lenta esposizione al fuoco e dopo la perdita di ingredienti/fenomeni transitori senza i quali il piatto non sarebbe comunque riuscito.
Tutta questa marea insensata di informazioni, citazioni e patetici microatti di illusoria fede, cavalcata nella disperata ricerca di qualche punto fermo, coagulata ora nella cavità defilata delle cose già fatte, nel ritirarsi ha scoperto tutto ciò che conta: quello che c’è ADESSO.
Il senso ed il valore di quello che c’è adesso.
E, naturalmente, di riflesso, di quello che non c’è.
Che poi è sempre quello che c’è: un’assenza.
Ecco. Questo mi piace. A questo ci credo.
Anzi no, scusate, non credo ad una cippa: lo so, lo sono, lo vivo.
Quello che tocco, quello che vedo.
Quello che sento. Quello che percepisco.
Questo è il mondo.
Non c’è nient’altro.
Buon giorno di Marte, gattoni.

Daily News

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Prima il trasloco. Poi un po’ di vacanze. Poi le feste.
Oggi, di fatto inizia veramente la mia nuova vita in landa straniera.
Non che il trasloco sia finito.
Ma il grosso è fatto.
Mesi di dubbi, paure, ansie. Si sa come sono fatta. (Male.)
E invece eccomi qui.
È tutto esattamente come avevo immaginato.
Per un certo aspetto, meglio.
Meglio perché sono meglio io, nella mia personale scala di valori, obviously.
Perché sono io che ho in mano il telaio, lo scettro, il pulsante rosso.
Questo non significa che non scriverò più lagne.
Non illudetevi.
La lagna é nata con me, come il mio fegato e i miei tendini.

Mi sono tolta di dosso l’ansia del traguardo definitivo.
Il traguardo definitivo non esiste.
Anzi, si, ce n’è uno, uno solo, ed è meglio che sia lontano.
Vorrei specializzarmi bene nelle tappe intermedie, chiaro?

Quanto starò in questa casa? Chissà.
NON HA IMPORTANZA.

Siamo in quattro: io, le due pellicce e una coccinella.
Non vorrei sbagliarmi ma gira per casa da più di un mese.
Non capisco come i gatti non l’abbiano ancora catturata.
Anzi l’ho capito quando ho visto la gatta sputacchiare dopo averla pinzata con la bocca. Evidentemente non è di loro gradimento.
Stanno tutti sulla poltrona, la sera, quando mi leggo quelle due o tre pagine d’ordinanza.
Tutto normale, tranquillo, ancora un po’ caotico ma in sereno divenire.

La coccinella sta svolazzando intorno alla lampada.
Rossino, stufo del suo solito sfingeo, indifferente, britannico aplomb, le fa la caccia.
Ma so che fanno finta. Passano il tempo.
Io ho scritto sedici righe di memorie, mi preparo per la notte incurante del fatto che la mia automobile è animata. Per non dire posseduta.
Prima sono scesa a portare via la spazzatura e ho ricordato di avere un copricerchio nel baule (qui ci sono troppe rotonde, con bordi troppo alti). Ho tentato di rimetterlo al suo posto e non so se la chiave dell’auto abbia fatto le contorsioni nella mia tasca attivando comandi di cui non conosco l’esistenza, o se nella ruota si celano sconvenienti centraline elettriche… Fatto sta che mentre davo colpetti poco eleganti alla ruota, la mia automobile ha acceso le 4 frecce un paio di volte come dire “Sta attenta. Vedi che ti faccio adesso” e ha tirato giù a metà i tre finestrini (il quarto non funziona).
A questo punto di colpo immagino mia madre con la sua tipica risata che dice: “Uh madonna! Le streghe!”.
“Le streghe” per lei erano un sacco di cose: i miei libri sull’esoterismo, l’astrologia, le coincidenze, i suoi sogni premonitori.

Perché diavolo i finestrini a metà?
Oggi come oggi, non mi faccio più domande e non mi stupisco quasi più di niente. Ma se c’è qualche elettrauto all’ascolto che ne sa, è pregato di spiegarmi se dopo di me Padre Amorth deve vedere anche una polo bianca o se sono cose che capitano anche alle persone normali.
Buonanotte gatti.

PS: il template è ancora un altro. Lo so. Ma anche il blog è finito nel sacco della Transitorietà delle Condizioni. 🙂

Sarà quel che sarà.

È un pezzo che non scrivo. Ma ho fatto cose.
Ho cambiato casa. Vivo a 200 km rispetto a dov’ero prima.
Ho fatto un trasloco agile nella materia e difficoltoso nello spirito.
Sono cambiate molte cose.
Alcune non sono andate come pensavo avrebbero dovuto andare.
Altre si.
Mi sono avvicinata ad alcuni sogni, e ho accolto certe realtà.
Non c’è bene, non c’è male. Da ora in avanti c’è solo Scelta.
E la responsabilità di sostenerne e contenerne le conseguenze.
No al biasimo. Si alla correzione del tiro.
No al guardare fuori, si al guardare dentro.
No alle titubanze, si alle cose che davvero amo.

Questo grande cambiamento è ossigeno puro per i miei tessuti che stavano indurendosi in una routine antica che nemmeno mi apparteneva.
Senza movimento posso stare. Ma, metaforicamente, ne muoio.
Non so come andrà a finire, non so se mi fermerò, o se sono appena scesa dallo ski-lift (non so se mi spiego) e, fuori dal mio abituale habitat, non so nemmeno bene chi sono. Questo la dice lunga su quanto le nostre identità su cui puntiamo non siano una cosa seria.

Non ho più paura di non sapere cosa farò domani.
Non ho più paura di me stessa, in un certo senso.
O meglio, diciamo che ho scoperto che su di me posso contare.
Non ho più tanta vergogna della mia antieconomica ingenuità.

Ad un certo punto – e questo risale a pochi giorni fa – è come se mi avessero cambiato gli occhi, o messo un filtro, o forse, più sensatamente, me lo hanno tolto.
Le cose non sono più le stesse. E non potranno più esserle perché la mia stessa mente, strumento capace di eternizzare qualcosa che è diverso da se stesso ad ogni secondo trascorso, non è più lei. Che beffa, no?

Non so più bene qual’é casa mia e sono tentata di credere di essere arrivata alla consapevolezza che una “casa mia” non esiste.
Se non in me stessa, nei miei fare quotidiani e extra ordinari, nelle persone che amo o nei gatti che quando rientro nella house si fanno trovare davanti alla porta con le fusa già in partenza e la trasformano subito in home.
Per molti sarà un fatto banale, ma per me, per come sono sempre stata, tale progresso è paragonabile al passaggio dal calesse all’astronave.

Non so. Non so niente e va bene così.
Questo template l’ho cambiato nel momento di massimo caos. Volevo un’immagine nuova. Ma non mi piace. Sarà anche per il blog come è per me: siamo work in progress e quel che sarà, sarà.
Intanto ciao gattoni.

Propizio è attraversare la Grande Acqua

I-Ching-trigrams
L’I Ching è una cosa immensa, difficile da decifrare.
Tremendamente affascinante.
Forme verbali sibilline, universali, applicabili ad ogni cosa.
Segni archetipici che spiegano il Mondo e l’Uomo con gli Elementi.
E Dio solo sa cosa fa la Montagna sotto il Lago.
O chi diavolo è il Nobile.
(E Dio solo sa quanto in fretta chiudevo il libro quando leggevo grande sciagura..).
Oggi, “senza macchia”, accetto gli ostacoli naturali annunciati da quell’oracolo
che da voce a chi sono, mentre altrove, con le solite maschere recito parti di un teatro obsoleto.

Le monete girano prima di cadere, il Libro si apre. E senza indugio mi leggono in profondità, perforando come un laser gli spessi strati della mia mente dilettante.

Propizio è attraversare la Grande Acqua in questo mio tempo.
Passare oltre, attraverso un cambio radicale. Superare i limiti.
Nulla è gratuito.
Il progresso del viaggio è inevitabilmente proporzionale all’impegno dedicato.
Sono già in viaggio.
Verso la lontana sponda della Sublime Riuscita.
Un viaggio lungo, che non voglio più fare senza godermi, di giorno in giorno,
le albe e i tramonti del mare aperto.