Si!

20130129-122408.jpg

Tutto va bene così com’è.
L’avrò sentito nella pancia si e no quattro volte nella vita.
Ma quando capita, pare di essere nati in quell’istante, con il Tutto pronto a farsi plasmare dalle nostre mani.
Buona giornata gatti!

(Foto: io da piccola. Momento di gioia allo stato puro)

Il Silenzio del Cotone

20130128-160146.jpg

Perché ogni volta che mi avvicino alla meta mi arriva una tranvata sulla schiena?
È un segno per andare o per fermarsi?

La neve sugli alberi ai bordi dell’autostrada.
Quel bianco primordiale che se non sgomenta, rilassa.
Quel bianco aggancia ricordi, brevi spezzoni in cui mi vedo affondare gli scarponcini nella neve fresca. Attorniata appunto da grandi, antichi alberi rivestiti da una tenace guaina bianca.
E silenzio. Un grande avvolgente dolce silenzio.
Il “silenzio del cotone” lo chiamavo da piccola tra me e me, quando le mie descrizioni già prendevano la forma simbolica ed evocativa dell’immagine.

Amavo, ammiravo e un poco temevo quei vecchi signori dai rami scuri che sembravano gigantesche mani rivolte al cielo. Immobili, imperiture – eppure vitali – intente a prendere neve e chissadìo quali altre misteriose cose che scendevano dall’alto con lentezza ed ondulazioni impercettibili.
Assaggiavo sempre un po’ di neve. Poi, subito dopo il piacere di portare alla bocca quel bianco incredibile, mi veniva in mente che l’acqua delle neve non é buona perché ‘priva di sali minerali’.
Non ho mai appurato se questa cosa detta da qualche adulto nei miei paraggi corrispondesse a realtà oppure no. Fatto sta che ne facevo un primo assaggio e questo restava inesorabilmente l’unico.
La paura dell’ignoto. Il Non Si Sa Mai.
L’espressione preoccupata e la mano destra davanti alla bocca.
La mia espressione più frequente, oggi abilmente celata da una maschera di finta indifferenza.
Questa storiella del mangiare la neve la dice lunga sulla mia facilità dell’essere impressionata, proprio nel senso tecnico del termine: condizionata, plasmabile, disposta a far lasciare segni, guide, solchi su di me.

Un’altra cosa mi piaceva tanto: dopo aver fatto le classiche orme con i piedi, con le mani o con il corpo intero, entravo nel dettaglio dell’esperienza con fare pre-scientifico e schiacciavo la neve con la mano, in diverse direzioni, guardandola da vicino, accucciata a testa bassa.
Poi ne prendevo un po’ in mano, dopo essermi tolta il guanto, e la schiacciavo fortemente facendola sembrare subito una specie di piccolo ed informe ghiacciolo, per vederla, dopo pochi secondi, trasformarsi in liquido trasparente.
Cose stra-magiche.
Ammiravo il fatto che il volume della massa bianca cambiasse in modo così consistente e repentino. Era la mia prima osservazione dello spazio occulto, dei sistemi, delle griglie, degli aggregati. Era la prima presa di coscienza che – cosa meglio dell’acqua? – ogni cosa cambia nell’adattarsi alle condizioni del contesto.
Per la prima volta mi accorgevo – ma senza esserne ancora pienamente cosciente – che certe cose, in sostanza, non sono come appaiono.

Non mi piacevano i pupazzi di neve.
La neve era costretta, letteralmente, ad una forma innaturale e, alla fine, si sporcava tutta.
Io la sono stata diverse volte un pupazzo di neve.

Cosa darei per ascoltare ancora il Silenzio del Cotone.
Facendo tacere tutti questi dannati fantasmi,
tutto questo rumore di vento e di catene.

(Foto: io sul Monte Tobbio qualche anno fa.)

Universo di Luce

20130128-122230.jpg
Stamattina ho ricevuto l’ennesimo consiglio psico-spirituale non richiesto. (E mi spiace che io esploda proprio ora reagendo ad una ignara persona colpevole di essere capitata solo al momento sbagliato).

Ma ai sedicenti illuminati predicanti del Qui e Ora non basta gongolare nella propria ineffabile luce? Perché si sentono in dovere di stracciare la minchia a noi poveri addormentati che rotoliamo in pace nella nostra incoscienza senza rompere il cazzo a nessuno?

Spiritika.

IMG_1656

(Post inadatto agli intolleranti a piagnistei, rituali e preghiere).
Scatole tra i piedi, trafitta dai ricordi, tormentata da vincoli invisibili, obsoleti ma resistenti. Legàmi.
Porca miseria voglio parlarti ora. Subito.
Ho bisogno di un aiuto che solo tu puoi intendere. Capiresti anche perché uno, liberandosi di fardelli, molto logicamente pianga. Tu hai le parole giuste, ne sono certa.
Non mollarmi qui da sola cazzo.
Io mi arrangerei con calma, ma devo fare presto: mi devi aiutare.
Solo chi ha costruito con me tutto questo può comprendere ed ha la chiave
per liberarmi.
Dimmi che io sono io e non sono te e nemmeno gli altri che sai.
Dimmi che io sono io e non devo diventare qualcun altro. Soprattutto.
Dimmi che quello che mi piace fare lo posso fare.
Dimmi che è naturale perdere tutto questo (che non sono certo ‘cose’)
e che è corretto affrontare tale perdita senza il tuo sostegno.
Tu unica possibilità, tramite ancora vivo nella mia mente tra il dove sono oggi
e dal dove provengo.
Tu carceriere amorevole, a tua volta incatenata e per questo portatrice
di contagiose zavorre.
Dammi la misura per eliminare ciò che non sono io e difendere ciò che mi rappresenta.
Vienimi in sogno, mandami un segno, fai qualcosa.
(Senza spaventarmi però).

Vite

20130115-180407.jpg

I palazzi del ‘600 e le memorie di secoli incastonate negli interstizi erosi dal tempo.
Le nostre vite, un refolo di vento.
La via Appia scandita da ciottoli millenari, su cui vibrano ancora i calzari di coloro che fummo.
Le nostre vite, un solo respiro.
Gli alberi e le colline. E la terra, memore di infiniti passi.
Le nostre vite, un velocissimo gesto.
Le grandi opere che sanno parlare la lingua di ogni tempo.
Le nostre vite, un filo sottile.
I frutti dell’Uomo, la traccia eterna.
Le nostre vite, anelli di una lunga catena.
I mondi nel Cielo, le galassie, le stelle.
Le nostre vite, materia preziosa di un’istante.

Meteo di gennaio

20130115-155938.jpg
Anche se sono abituata, mi sorprende sempre come una folata di vento appena girato l’angolo, il fatto che nelle cose importanti si è sempre soli, faccia a faccia con se stessi.
Soli a cavalcare le onde dell’emotività, a fronteggiare le tempeste interiori che nessuno, da fuori, può percepire nella loro reale intensità.
E a noi si svela la più grande verità: siamo totalmente responsabili e ferocemente liberi.

Tanto per essere confermata come sempre, sta tuonando.
Ho anche preso una ramata di grandine a Sestri.
Ci sarebbe da chiedersi se è il temporale a scendere in me, se sono io a proiettarlo, o se finalmente, in un certo senso, sono assolutamente sincrona con il respiro di questa Terra.
Comunque un temporale a gennaio mi fa specie.
E anch’io mi faccio specie.
Sarebbe il momento di scalpitare.
E invece solo per un attimo è stata festa. E solo per me.
Per cui cessa di esserla immediatamente.
Ogni conquista merita una celebrazione, un entusiasmo, una festa.
Ma questa conquista ha un neo.

Per alcuni è una follia. Per altri è logico, “normale”.
Chi veramente può bere una coppa insieme a me?

C’è una paura gigantesca all’orizzonte, una massa minacciosa come il nuvolone grigio scuro che oggi incombeva dal ponente.
C’è anche la consapevolezza che si tratta appunto solo di un nuvolone.
E il nuvolone non è il cielo.
Grazie a Dio, c’è il Cielo!
Ma tant’è, al momento, di ombrelli non ce n’è.
Buona giornata gatti.

Visioni

20130109-152249.jpg
“Evoluzione.
Ho avuto proprio stamattina una specie di scoperta su questo ma non saprei descriverla. È ancora fresca. La nota più evidente è che io sto osservando tutto. Tutto. Anche me. E anche il tempo da prima che nascessi. Va be’. Non so dire.

C’è una specie di trama a più dimensioni. Tutto è un magma apparentemente indifferenziato.

I confini della forma sono illusori. Non so dimostrarmelo ma comincio a sentirlo.

E tutto si muove continuamente senza posa. I famosi fotogrammi li facciamo noi con l’apparato tridimensionale (mente) che non può contenere il divenire se non infilzando le varie sfaccettature della realtà in un filo chiamato tempo.

Le memorie non possono essere vive.

In questo senso non esistono. Ma all’interno dell’umano (la sua parte nella materia, la mente e l’evoluzione del corpo) necessariamente hanno un peso.”

E ti fissano sul fondo dell’Abisso.

Duegennaio 2013

20130102-164840.jpg
2 Gennaio 2013.
Avrei preferito scrivere 2 Gennaio 1913. O 1923.
Non che io voglia tornare nel passato benché il primo ‘900 eserciti su di me un fascino bestiale. Ma perché scrivere un millenovecentoqualcosa avrebbe tutto un altro charme.
Uno stile Anais Nin anziché un Asimov, dico. (Che poi scopro, cercando su google perché non sono sicura di come si scriva Asimov, che è nato proprio il 2 gennaio..)
Comunque, due gennaio duemilatredici.
A Novi piove, a Ronco nevica, a Genova piove.
Tutto va come vuole andare e non si può far altro che prenderne atto.
E alzare il cappuccio in testa visto che l’ombrellino da pendolare è rimasto a casa.
Sempre di più, e oggi più che mai, sento che alzarmi presto e zampettare assonnata in questo marciapiede semideserto è un fatto occasionale.
Come per fare un viaggio.
Come una cosa che non si fa tutti i giorni.
Sarà perché raramente prendo tutti i giorni il treno alla stessa ora.
Sono una dormeuse, lo sanno tutti.

La sensazione nell’iniziare questo nuovo anno – distinzione illusoria, più emozionale che reale: è tutto soltanto un susseguirsi di giorni e notti – è che qualcosa cambierà.
E cambierà nella misura in cui io lo vorrò cambiare. A Babbo Natale, alla Befana e al Felice Anno Nuovo come speranza che si autoestingue dopo solo due settimane di gelida quotidianità invernale, non è più il caso di credere.
Cosa volevo dire davvero in questo scrivere non lo so.
Forse niente.
Forse solo volevo fissare un punto di partenza in questo anno che si chiama come un film di fantascienza.
E non ho neanche scritto bene.
Ma sono coerente. Perché il proposito (certo, il proposito per l’anno nuovo: sono tradizionale..) è quello di fare il più possibile quello che mi pare senza giustificare un bel niente.
Buon Anno Nuovo gattoni belli.

20121231-181854.jpg

La Promessa

Ma sono capace a farmi una promessa, dico una?
È così difficile deragliare dal solito binario?
Ma di quali altri segni ho bisogno?
Cerco di dormire va.
Sono tutta uno spreco di energia.
Buonanotte gattacci.